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The scottish cook

22 maggio 12016

baccalà

Sangue di sgombro, spine di baccalà, bucce di cipolla, macchie di aceto, noccioli di nespole, croste di formaggio. La mia cucina nel week-end sembra la scena delle streghe di Macbeth riscritta da Gordon Ramsey.

Cianin cianin

21 maggio 12016

Albergo Miramare (ora sala Bingo)

Un assolato sabato di maggio fra le vie della Superba (con un fastidioso senso di nausea che io reputavo provenire da uno sc-ciuppun di caldo e che invece penso fosse una mia somatizzazione dell’invasione di arteriocattolici giunti per il “Giubileo del catechismo” al seguito del cardinal Bagnasco dagli occhi di basilisco: non li ho visti, per fortuna, ma evidentemente ne percepivo la presenza, come un turbamento maligno nella Forza).

Genova che non riesce ancora a diventare la città turistica che meriterebbe di essere. Ma l’invasione di visitatori prosegue fortunatamente implacabile nonostante l’organizzazione ad esser gentili discutibile. Alla faccia di legaioli e altri fallocefali, ringraziamo i cinesi e i magrebini che almeno qualche negozio aperto alla domenica lo tengono.

Perlomeno, grazie al tam-tam che ormai ha fatto entrare la mia Zena fra le città “interessanti” (piano piano, le cose cambiano), è facile lustrarsi gli occhi con la vista di giovani e zainate globetrotters che vuoi per la temperatura, vuoi per la comodità, indossano shorts, canottiere, minigonne e T-shirts che provocano nei vecchi indecenti come me piacevoli aumenti delle pulsazioni. E per chi fosse interessato ad altri paesaggi, devo ammettere che non mancano degli Apolli del Belsedere dinanzi ai quali non posso che levarmi il cappello (stavo per scrivere “non posso che inchinarmi” ma ho realizzato appena in tempo a quali battute a dir poco lascive la frase porgesse il fianco)

Idem mutatus resurgo: SalTo16

16 maggio 12016

R3L’inverno del mio scontento si sta mutando non dico in fulgida estate, ma quanto meno in ariosa primavera.

Dopo lunghi mesi oscuri di silenzio legati a motivi che il tacere è bello, cerco di riemergere e riprendo le trasmissioni su questo povero e trascurato blog.

Approfitto per farlo del mio ritorno ad uno degli appuntamenti annuali, la solita gita fuori porta al Salone del Libro di Torino.

P1010111Rieccomi “a casa”, ovvero su un treno che mi sarà temporaneo giaciglio per recuperare il sonno perduto verso la ben conosciuta coda alle biglietterie, quest’anno preceduta da un simpatico controllo di sicurezza con metal detector e ispezione dei bagagli, una versione soft delle procedure aeroportuali che molti dei presenti contestano inter se: citando a memoria, qualcuno in coda dietro me borbotta un commento del tipo “Ridicoli! Se vogliono farci vivere nella tensione e nella paura dell’Isis allora dovrebbero mettere questi controlli nei supermercati, nei cinema…” a cui rispondo con il mio classico “Meglio non dare suggerimenti” (lo so, noi lettori forti siamo spesso dei maledetti sinistrorsi disfattisti…)

Voglio invece dimenticare la voce che ho sentito all’interno del Salone e che con stupore chiedeva “Ah, ma le case editrici non sono messe in ordine alfabetico”…

DSC00008Grazie anche al mio attuale iperutilizzo degli e-book come principale fonte di lettura, con un occhio rivolto al portafoglio, e l’altro invece verso uno degli oscuri motivi accennati in partenza, ovvero il limitato spazio euclideo degli appartamenti che non permette la compenetrazione dei corpi, avevo il buon proposito di comprare appena un paio di libri, limitandomi ai volumi a fumetti (no me stæ a rompî o belin, il termine graphic novel sarà bello e fico, anzi cool, ma non mi piace proprio)

Diciamo che il portafoglio era forte, ma la carne è stata davvero debole (anche se ammetto che ho fatto di peggio in anni passati) come mostra la prova a carico qui a fianco.

Che dire del Salone? Diverso tutti gli anni, e tutti gli anni uguale, per citare il poeta. Pieno di gente, graziose (ovviamente) standiste, adolescenti occupati in volantinaggi varî (dal politico alla pizzeria), loschi figuri ambosessi “dell’ambiente” carichi di papiri che gonfiano le borse, di vestiti costosi dai colori a volte daltonicamente accostati e spesso di rughe che frattalizzano la faccia. Ovviamnete, ovunque il guardo giri, un’infinità di libri omnigeneri a prezzi spesso abbondantemente scontati. Fra le curiosità, un enorme coniglio rosa vagamente piratesco e un drago-dinosauro a riposo ovviamente bersaglio di tutti gli smartphone e tablet dei presenti (ho spesso la tanatologica sensazione di essere l’unico rimasto a fare foto con una digitale compatta)

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Quest’anno ho (inutilmente, come già visto) cercato di limitare le spese seguendo il solito paio di incontri con gli autori. In entrambi i casi, relativi a due libri che ho in coda di lettura e sono entrambi in odore di comunismo dei bei tempi, alla faccia di chi so io.

provvrosIl primo italiano e credo “opera prima” (nel senso che credo sia il primo esperimento di narrativa di un saggista)  dell’autore Ludovico Festa, definito da Alessandro Gilioli, presentatore dell’incontro, come uno di quelli che si chiamavano “miglioristi”, la destra del Pci negli Anni di Piombo (mentre i giovinastri come Gilioli, che nel 1977 descritto nel romanzo aveva diciassett’anni come me, erano perlopiù gruppettari -vocabolo ormai sparito dal lessico e che solo i vecchi oltre il mezzo secolo come me ricordano)

La provvidenza rossa, giallo urbano milanese che prende l’avvio dalla morte di una fioraia tesserata del PCI, e dove l’inchiesta non è tanto quella dei poliziotti che cercano l’assassino della donna, quanto quella dei probiviri (altro veterologismo sparito) della sezione locale del Partito (come dice Gilioli, all’epoca anche quando lo si nominava a voce, del “Partito” si percepiva distintamente l’iniziale majuscola)

P1010121Fra ricordi e risate mezzo nostalgiche e mezzo critiche verso quelle atmosfere fra Guerra Fredda e speranze ancora vive nel futuro, all’ombra dell’immensa organizzazione militar-religiosa che fu il PCI di allora e che i ventenni di adesso probabilmente non riescono neanche a concepire; si parla di una Milano operaia che non c’è più, di una serie di personaggi-figurine tipiche e riconoscibilissime (il tesserato “trinariciuto”, l’intellettuale, il proboviro, il questurino…) talmente ben abbozzati che talvolta l’autore ammette di aver avuto qualche problema con amici anche di vecchia data che si sono (non piacevolmente) riconosciuti…

anarhAltro affollato incontro, quello presentato da Marco Peano (autore del recente e fortunato L’invenzione della madre che non ho ancora avuto il coraggio di cominciare, visto l’argomento di dolore filiale) col boliviano Rodrigo Hasbún, del quale attualmente sto leggendo alcuni racconti prima di passare al libro dell’intervista, il breve Andarsene che narra la storia romanzata di Monika Ertl, La ragazza che vendicò Che Guevara, come viene presentata in uno dei libri della foto con i miei acquistitorinesi, una biografia più classica dello stesso personaggio, ragazza di buona forse ottima famiglia tedesca e che diventa una rivoluzionaria comunista sulla pista dell’assassino del Che. Curioso bibliogemellaggio.

P1010130Nell’intervista Hasbún parla del suo essere emgrato figlio di emigrati, del passato recente boliviano, fino a qualche tempo fa (manco a farlo apposta) repubblica sudamericana tipica dalle libertà inesistenti o quasi (la succitata “emigrazione” dell’autore fu ovviamente una delle tante fughe semiclandestine all’estero di tanti boliviani) e ora posta forse su una strada migliore.

Peano si sofferma, per “deviazione professionale”, come confessa egli stesso, sulla forma letteraria del libro, chiedendosi come abbia sia stato possibili inserire dei personaggi e delle descrizioni tanto intense e diverse, anche nello stile dei capitoli, in un romanzo tanto breve (intorno alle cento pagine). Insomma, presentazione intrigante.

Mi rendo conto che ho fatto tutta una carrellata di libri che non ho ancora letto ma dei quali parlo sulla fiducia e per “sentito dire”. Comunque.

P1010138E se posso essere soddisfatto di essermi evitato l’acquazzone pomeridiano che ha martellato per un’oretta dalle colossali nubi grigie e bigie che si intravedono qui dietro il banchetto di chi protestava per la presenza di Salvini al Salone (cosa buona e giusta) non altrettanto soddisfatto posso essere rimasto per il viaggio ferroviario del ritorno, temporaneamente interrotto nella stazione semifantasma di Felizzano, a pochi chilometri da Alessandria, causa “un guasto alla motrice”. Qui una foto ricordo dei passeggeri in transumanza in attesa del treno successivo. Non voglio ricordarne l’affollamento, dovuto anche alla concomitanza del raduno degli Alpini (come l’attento osservatore avrà dedotto dalla presenza delle erte penne che spuntano nella folla).

P1010139

Allegorico riassunto

10 dicembre 12015
tags:

mezzo

È un periodo così, mi sa che devo cercare da qualche parte un bicchiere e concentrarmi su quello…

(la vignetta, tradotta con evidente non eccessivo sforzo, è di Benett, cartoonist brasiliano della Folha de S. Paulo)

Intervallo – Lisbona in differita (speciale Jorge Vieira)

26 novembre 12015

Vieira Sem títuloSem título
(1957)

di Jorge Vieira
(1922-1998)

Okappa, la foto in realtà risale ad un par d’annetti addietro, ma non so perché mi ero sempre scordato di postarla sul blog. E comunque posso garantire che la scultura era ancora lì a inizio mese, l’ultima volta che son passato a vederla, più precisamente nel Jardim das Esculturas del Museu du Chiado, altro mio appuntamento ormai fisso di ogni visita lisboeta.

Jorge Vieira, l’autore, è uno dei principali scultori portoghesi del XX secolo.

Intervallo – Lisbona (non più in diretta)

13 novembre 12015

GuaxinãoGuaxinão
di Bordalo II (pseudonimo di Artur Bordalo)

E dopo i pesci rossi di Bordalo II ricordo la mia recente fuga lisboeta con un’altra opera dello stesso artista, trovata a Belém, proprio di fianco al Museu Berardo, una delle mie tappe obbligate ad ogni visita sul Tejo.

Stavolta la rumenta raccattata e riciclata forma l’allusiva immagine di un avido procione, anzi di un grosso procione (che poi è questa la traduzione del titolo) anche se nella mia discutibile foto si fatica un po’ a notare la presenza degli unghioni che tengono stretto il bottino nella metà inferiore dell’opera.

Brandelli

11 novembre 12015

libri4– Scusi, signor direttore, mi sta punendo per qualcosa?
– Mettiamola così, Ragazzoni: ieri pomeriggio, al Circolo Filologico, si è tenuta una conferenza su Dante e la tradizione toscana dei rimatori all’impronta.
– Certo. Mi perdoni, signor direttore, ma ero uno dei conferenzieri. Mi ha inviato lei stesso.
– Lo so, e lo rimpiango. Risponde al vero che si è presentato alla sua conferenza in ritardo, in pantofole e in stato di evidente ebbrezza?
– Non posso negarlo.
– Risponde al vero che quando il direttore del circolo, il professor Perrone, le ha fatto notare il suo incivile ritardo lei gli ha risposto: «La invito a diffidare degli orologi, signor direttore: sono pagati da qualcuno, sostengono tutti la stessa cosa»?
– Sì – rispose il Ragazzoni, con tono neutro. – Ma non capisco perché questo stesso motto qui, quando lo dico al giornale, la fa ridere, e se riportato da terzi, in special modo se fratelli del vescovo, la scandalizza.
– Risponde al vero che lei, invitato a dar mostra della sua abilità di rimare all’impronta a partire da qualsiasi desinenza, propostale la rima in «-zio» ha improvvisato una poesiola che iniziava: «Mio Signore, io ti ringrazio / per averci dato il vizio», in cui la rima successiva era «orifizio» e il cui restante contenuto tralascio per decenza?
Il Ragazzoni, con un profondo sospiro, ammise. In realtà, di quel piccolo componimento era tuttora orgoglioso.
– Vede, mi sono sentito un pochino svilito. Far le rime in «-zio» è sin troppo facile, un qualunque arfasatto vi riesce. Dai signori del Circolo Filologico mi aspettavo ben altre sfide. Propormi di rimare con «mulo», per esempio, sarebbe ben più difficile. C’è solo un’altra parola, in italiano, che vi fa rima.
Il dottor Frassati guardò il Ragazzoni da sotto in su. Le sarei grato se smettesse di usare tale oggetto per afferrarmi, disse quello sguardo senza alcuna traccia di accento piemontese. Mi scusi, rispose lo sguardo del cronista, dopodiché il direttore riprese:
– Inoltre, a quanto mi si riferisce, dopo aver recitato…
– Improvvisato.
– … dopo aver improvvisato la sua inopportuna e licenziosa poesiola, al richiamo di Sua Eminenza l’Arcivescovo Perrone che le faceva notare come nella sala fossero presenti anche delle suore, lei abbia testualmente risposto: «Non si preoccupi Eminenza, mi sono toccato i coglioni appena entrato».
– Sì, forse in tale occasione…
– Sì, anche secondo me.

Buchi nella sabbiaMarco Malvaldi
Buchi nella sabbia
Sellerio

Il BarLume è sempre il BarLume, ma  quando Malvaldi si butta nei romanzi storici c’è da fare la ola. Specialmente se usa come guest star un personaggio come Ernesto Ragazzoni, giornalista scrittore, a suo modo poeta, anarcoide toscano che già adoravo dopo aver letto il suo Buchi nella sabbia e pagine invisibili.

Un giallo tutto toscano di inizio ‘900, con un morto ammazzato durante una rappresentazione della Tosca alla presenza del da poco incoronato re Vittorio Emanuele terzino, fra anarchici carraresi, cantanti d’opera dall’ego smisurato e Carabinieri sul chi vive. Dove occorre scoprire l’omicida prima che a qualcuno salti in mente di sospettare pure di Giacomo Puccini.

Splendido.


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