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Čtvrt století později

11 luglio 12015
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scudo-araldico-pragaC’erano ancora in corso i mondiali di calcio in Italia, sì, quelli dell’orrendo pupazzetto Ciao, quando partii per quello che io chiamai il tour asburgico delle capitali, sperando come di fatto avvenne di trovare pochi o nulli compatrioti. Inizio estate del ’90, in treno (ça allait sans dire) a Vienna, Budapest ma soprattutto a Praga. Dove sognavo da tempo di andare, per le vie di Kafka e del Golem. Trentenne di fresco, porca pupazza.

Il muro di Berlino era ancora su (per poco) ma i cèchi (all’epoca ancora assieme agli slovacchi) avevano già avuto la loro rivoluzione di velluto e da pochi giorni erano andati in massa a votare dopo il crollo del partito comunista.

Ricordo gli incontri per strada, un veccho slavo poliglotta che sulla metropolitana -e in ottimo italiano- mi narrò la sua vita, dall’infanzia a Sarajevo al matrimonio d’amore con una bellissima praghese che ahimé ora stava andando a visitare con un colorato ed enorme mazzo di fiori nel cimitero che ospita anche la tomba di Jan Palach.

Ricordo la ragazza con la quale dopo un paio (stima per difetto, si legga il seguito) di birre serali attesi il treno di mezzanotte per Bratislava mentre mi narrava di suo marito -non ricordo se lei era microbiologa e lui astrofisico o viceversa, comunque due professioni scientifiche agli antipodi dimensionali- col quale si era sposata tutto sommato “anche” per avere in fretta una casa a Bratislava, in quei tempi di socialismo reale e case garantite a tutti burocrazia permettendo: perché lui era nativo del posto e ne aveva diritto ‘quasi subito’ mentre per lei, praghese, ci sarebbe stata un’attesa di anni; parlammo anche di  cinema italiano -gli studi scientifici permettevano ad entrambi di utilizzare come lingua d’incontro uno stentato ma sufficiente inglese, inframmezzato di gesti e sciarade improvvisate per i vocaboli più complessi-  e con la massima tranquillità e flemma lei mi disse che ‘ora’ era diverso, ‘ora’ non li arrestavano più se li trovavano con la bobina di un film di Fellini… (e mentre scrivo penso ai film di adesso su DVD o chiavette USB…)

Ricordo i poliziotti-militari in uniforme, giovanissimi, quasi bambini, che bevevano un po’ isolati nei lunghi tavoli in legno delle pivnice dove ho tracannato le birre più fresche che il mio gargarozzo ricordi. Di sicuro fresche, buone, e tante. Estate in piena mitteleuropa, roba da morire di sete.
Un giorno, cercavo di tenere il conto delle birre bevute -e di sicuro avevo già oltrepassato il sesto litro fra pomeriggio e cena- feci l’ultima tappa in una pivnice (ah sì, dimenticavo: vuol dire “birreria”) nel cui atrio quattro o cinque professionisti alcoolici -uno era terribilmente storpio, in carrozzella- stavano intonando, in perfetto italiano, “Marina Marina Marina ti voglio al più presto sposar” -giuro! ammetto che ero già alticcio, ma su questa scena ci metto la mano sul fuoco.
Ricordo con terrore quando l’impellente richiamo idraulico della natura mi spinse nel retro, dove le porte dei gabinetti erano marcate, senza immagini ad ausilio, con le due quasi indistinguibili parole Páni e Paní (il cèco è una lingua bastarda, piena di accenti e altri segni diacritici e quasi avocalica: si veda ad esempio il titolo che ho messo al post e che vuol dire “un quarto di secolo dopo”): e se non fosse uscita subito una ragazza da una delle due porte -mi pare ricordare fosse quella marcata Paní- ero ancora lì in ambasce a dondolare e torcermi le gambe.
Ricordo (vagamente) che uscito dalla birreria ero -oltre che sbronzo- completamente incapace di trovare la via del ritorno, della qual cosa in quel momento non avrebbe assolutamente potuto fregarmene di meno 😀

Mi innamorai della città, inutile specificarlo, non so quante volte attraversai affascinato il Ponte Carlo affollato di artisti di strada. Ma ebbi paura a tornare sulle rive della Moldava, anche perché mi era sorto il timore di vedere la città cambiata, che avesse perso la “spontaneità” da liberazione per “abbagasciarsi” verso il capitalismo occidentale come avevo visto stava succedendo nella pur bellissima Budapest.

Per cui, ho lasciato scorrere il tempo (un po’ troppo, eh?) ma finalmente, con quasi il doppio degli anni sulle spalle (bruttoddìo, come suona male…) parto per rivedere la splendida e magica Praga.

Belin, ormai c’è poco da fare, in venticinque anni sarebbe cambiata in un modo o nell’altro anche una città qualunque come Abbiategrasso, pure senza rivolgimenti politici epocali. Figuriamoci una capitale storica.

Sbohem (“arrivederci”: per essere una parola in cèco, questa è persino facile da pronunciare)


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  1. 14 luglio 12015 08:55

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  2. 14 luglio 12015 08:58

    Con un mese di ritardo …
    http://www.hus-fest.eu/en/

  3. 21 luglio 12015 01:11

    oddio, con 40 filmati in due risposte siamo al limite dello spam 😀 ma apprezzo e penso che sfrutterò, il cèco è una lingua davvero interessante. Grazie, anzi děkuji

    Sui 600 anni del povero Jan anch’io l’ho scoperto in ritardo, in loco, e a vederne la statua in Staré Město (non sai che mazzo ricordarsi gli accenti giusti) in mezzo ai palchi di Praga Jazz, la folla di turisti ai tavolini dei bar, i giocolieri e mimi intorno, i bicicli elettrici per spostarsi, mi sembrava ancor più perplesso di 25 anni fa… 😀

  4. Anonimo permalink
    22 luglio 12015 11:04

    Mi scuso, ho copiati i link da una lista che avevo già pronta con un Ctrl-C-Ctrl-V senza pensare che sarebbero stati esplosi sul sito mostrando le immagini e rallentando mostruosamente l’apertura dei commenti.
    Mi aspettavo che venissero mostrati solo gli indirizzi.
    Mi scuso, adesso che lo so, non lo farò più, al massmo un link.

  5. 22 luglio 12015 11:10

    Chiedo scusa, avevo la lista già pronta e ho fatto un Ctrl-C-Ctrl-V senza riflettere troppo, credendo che sarebbero comparsi solo i link. Ho visto solo dopo che i link venivano esplosi con l’immagine rallentando mostruosamente il caricamento dei commenti.
    Ich bitte um Enstchulduldigung.

  6. 23 luglio 12015 08:18

    Das ist kein Problem, herr M. (ti rendi conto di che associazioni mentali cinematografiche tiri fuori a firmarti solo con l’iniziale e scriver tedesco, vero?) non voleva essere una critica, mi aveva solo fatto ridere

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