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Brandelli (di tsunami)

4 febbraio 12015

libri4Nelle due settimane successive al terremoto, allo tsunami e alla fusione dei reattori nucleari di Fukushima, la banda globale è stata inondata di immagini e servizi dal Giappone; per quel breve lasso di tempo siamo stati tutti esperti di esposizione alle radiazioni, microsievert, tettonica a placche e subduzione. Ma poi la sollevazione in Libia e il tornado a Joplin hanno soppiantato il sisma e le parole chiave sono diventate rivoluzione, siccità, masse d’aria instabile, man mano che la marea delle informazioni dal Giappone si ritirava. Di tanto in tanto il New York Times pubblicava un articolo sugli errori della Tepco nella gestione del meltdown o sull’incapacità del governo di reagire e proteggere i cittadini, ma ormai non erano più notizie da prima pagina. La sezione economica riportava tetri resoconti sui costi del disastro giapponese, destinato a essere il più dispendioso della storia, e cupe previsioni sul futuro dell’economia del Paese.

Qual è l’emivita dell’informazione? Il suo tempo di decadimento è correlato con il mezzo che la veicola? I pixel hanno bisogno della corrente. La carta risente del fuoco e dell’acqua. Le lettere scolpite nella roccia sono più durevoli, sebbene di difficile distribuzione, ma l’inerzia può essere un vantaggio. Nelle cittadine lungo tutta la costa giapponese, sui versanti collinari si sono trovate pietre con incisi antichi ammonimenti:

Non costruite la vostra casa sotto questo punto!

Alcuni di quegli ammonimenti risalivano a più di seicento anni fa. Qualcuno era stato spostato dallo tsunami, ma la maggior parte era rimasta al sicuro fuori dalla sua portata.

«Sono le voci dei nostri antenati» ha detto il sindaco di una cittadina distrutta dall’ondata. «Ci parlavano attraverso il tempo, ma non li abbiamo ascoltati.»

L’emivita dell’informazione è correlata con il decadimento della nostra attenzione? Internet è paragonabile a un vortice temporale, che risucchia le storie come detriti nella sua orbita? Qual è, in questo caso, la memoria del vortice? Come misuriamo l’emivita dei suoi detriti?

L’ondata di piena, osservata, collassa in tante piccole particelle, ciascuna contenente una storia:

• Un telefono cellulare che suona in profondità, sotto una montagna di melma e macerie;
• Un cerchio di soldati che si inchinano davanti a un corpo coperto da una bandiera;
• Un operatore sanitario protetto da capo a piedi dalla tuta antiradiazioni cha passa il rilevatore sopra un neonato a viso scoperto, che si agita in braccio a sua madre;
• Una fila di bambini in età prescolare che aspettano tranquilli il loro turno di essere visitati.

Queste immagini, una minuscola porzione in rappresentanza dell’inconcepibile moltitudine, mulinano e invecchiano, si degradano a ogni giro del vortice, si spaccano piano piano in frammenti affilati come rasoi, in cocci di colori vivaci. Come i coriandoli di plastica, vengono attirate nella quiete al centro del vortice, la chiazza di rifiuti della storia e del tempo. La memoria del vortice è tutto ciò che noi abbiamo dimenticato.


ozekiRuth Ozeki
Una storia per l’essere tempo

Attualmente in lettura, bello anche se vado a velocità un po’ ridotta.
Ché non sono solo queste immagini a rendere dolorosi certi paragrafi.
E la storia dello tsunami di Fukushima non è certo la parte più importante del libro.
Ma spero di riparlarne decentemente a lettura completata.

Si parva licet, poi, questo brano con il “consiglio” ignorato degli antenati mi ha colpito particolarmente, e mi ha fatto pensare alla mia Liguria massacrata dalle alluvioni ANCHE per la sconsideratezza di certe costruzioni in zone a rischio, sulle rive di torrenti all’apparenza innocui. Così, pour penser.


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