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Letture – Tokyo Orizzontale

14 novembre 12014

tokyo orizzontaleTōkyō (con gli accenti lunghi sulle o, come prescrive la conversione in Rōmaji), l’ultimo mio innamoramento metropolitano, dove spero di tornare presto nonostante la spesa del viaggio e il fatto che per quanto mi riguarda non è esattamente “a misura d’uomo”, o perlomeno non è a misura mia, voglio dire, avevo dei problemi a passare le porte e a sedermi per mangiare… mi andava tutto stretto di cavallo!

Tōkyō, “L’insonne nebulosa” come la definisce Nicola Lagioia nel suo recente romanzo La Ferocia (l’ho appena iniziato, ma anche se mi sembra ottimo temo dovrò interromperne la lettura, non è il momento adatto; vabbè, questa è un’altra storia). Buona definizione.

Shinjuku ha gli occhi spalancati. E non dorme mai.

O così almeno credono i tokyoti. In verità, fa brevi ma frequenti pisolini a bordo dei treni che transitano sui binari e si concede la pigrizia dell’attesa in alcune domeniche di luglio, di mattina presto, quando le rotaie sono ancora fredde e la pioggia soffoca l’aria di umidità.

Un occhio aperto e l’altro chiuso, fingendo una vigilanza che non le appartiene. Shinjuku è tentacolare e allunga le sue ventisei braccia, tredici linee in doppia direzione, sopra e sotto la superficie di tutta la città.

Non ha ciglia e non le sbatte mai. Ma deve stare in guardia dagli stuoli di ubriachi che si riversano in strada ogni notte e dalla yakuza che passeggia per Kabukichō. E se Shinjuku lo fa, il suo mabataki – il ritmo delle ciglia sulle guance, dell’occhio che si apre e poi si chiude, che si chiude e poi si apre –, ecco se lo fa è solo per incantare chi ha voglia di cadere. Shinjuku ci gioca con la sua immagine di sirena ammaliatrice piena com’è di locali di piacere. Di postacci.

Tōkyō, “la più bella fra le brutte città”. Non ricordo dove l’ho letta, ma anche questa è calzante: non a caso Tokyo -okappa, la smetto con la fesseria degli accenti lunghi- è gemellata con un’altra città -Milano- che come associazione mentale richiama spesso d’emblée la frase “brutta città” -se a torto o a ragione, ne discutiamo un’altra volta.

Tokyo è fatta così, ha la faccia sporca e il bicchiere sempre pieno.

Tokyo, onnicomprensivo panorama di sfondo e coprotagonista onnipresente di Tokyo orizzontale, primo romanzo di Laura Imai Messina, italiana ormai da anni nipporesidente per lavoro e per amore, creatrice del blog -ma guarda un po’- GIAPPONE MON AMOUR. Romanzo la cui (pessima) copertina avrebbe potuto far pensare ad una sorta di Harmony, magari virato con Cinquanta sfumature (ouch!). Cosa che per fortuna non è. E che, sempre per fortuna, ho deciso di acquistare spinto -nonostante l’impatto con la ripeto pessima copertina- dalla cotta metropolitana ancora cocente e che per un certo periodo mi ha portato/mi porta/mi porterà ad avere un occhio di riguardo nei confronti di qualunque libro o film che si svolga nella capitale del Sol Levante. (l’analoga infatuazione per Lisbona sta cominciando a calare leggermente adesso dopo solo trent’anni dal primo viaggio -per dire)

Se New York è una mela, Tokyo è un melograno. È dolce e stuzzicante, ma anche amara. In sé racchiude tanti chicchi, tutti schiacciati l’uno contro l’altro in una convivenza forzata, ma sempre, inesorabilmente soli. A volte, però, qualche chicco si ribella; così può succedere che quattro giovani si incontrino per caso, una notte a Shibuya, il quartiere più folle della città, e decidano di avvicinarsi, per provare a colmare quella distanza sottile. Qualcuno per inseguire una favola d’amore, qualcun altro per lenire il dolore di un passato ingombrante, o per cambiare vita senza lasciare tracce. E in quell’incontro che è sesso ma anche qualcosa di più, Sara e Hiroshi, Carmen e Jun troveranno l’antidoto alla solitudine che pare volerli ingoiare. La storia di un amore sprecato e di uno realizzato, del sesso che unisce e separa, di una città immensa e piccolissima.

La storia “base”, come espone la 4ª di copertina qui sopra, è quella di quattro ragazzi e ragazze che si incontano, scontrano, sfiorano durante un weekend metropolitano, che lo so, detta così è tutto e niente. Ok, sì, ci sono sentimenti, passioni e sesso ma senza trascendere nelle categorie Harmony/Sfumature citate dianzi, anzi, la storia è dimolto gradevole da leggere, ricostruendo le fila del passato e del presente dei quattro protagonisti in attesa dell’inconsapevolmente previsto climax domenicale che spariglierà i giochi.

«Jun, you’re so pop

Lo dice in inglese, perché quella lingua è la più pop di tutte. E perché lo è, soprattutto, detta e scritta in giapponese: le parole straniere s’arricchiscono di vocali in mezzo o a fine parola, perdono le caratteristiche di pronuncia originali e non hanno più vie di mezzo.

«Poppu?» ripete Jun, con la sua pronuncia alla giapponese.

E in mezzo, o meglio intorno, la rumorosamente muta presenza di Tokyo, che come un coro riempie gli spazi della narrazione. Un coro distratto, però, o forse ubriaco; o meglio ancora indifferente a quel che accade a fianco, come la Tokyo reale. Perché le storie che racconta non c’entrano nulla con la trama che si sta svolgendo: sono le storie che non conosceremo mai degli infiniti passanti che ne affollano le strade, rendendo quella che nacque come Edo una città dove è impossibile essere fisicamente soli e dove paradossalmente si è sempre soli, malcitando un’intervista fatta all’autrice.

Mentre anche Sara si alza ed entrambe si avviano verso la cassa con il foglio del conto, un uomo di cinquant’anni, con un’eleganza triste addosso e un’espressione persa in volto, chiede dove è il bagno e scompare nel corridoio angusto sul fondo del locale. Oggi, di ritorno dal funerale del figlio ventenne, schiantatosi con troppa foga nella vita e sulla strada, l’uomo ha deciso che, per la prima volta in trent’anni di lavoro, si dedicherà una giornata intera. Sarà una passeggiata per i tre quartieri che ha più amato in gioventù: Kichijōji che conserva di quel periodo la freschezza e gli ricorda i primi appuntamenti con la moglie; Ochanomizu e i suoi negozi di strumenti musicali dove perdere pomeriggi interi con uno strumento, uno qualsiasi, sulle spalle; e Asakusa, senza peli sulla lingua, con il suo teatro di rakugo dove spargere risate. E mentre l’uomo tira su la cerniera dei pantaloni e si sciacqua le mani con immensa cura, gli tornano in mente d’improvviso i particolari di un giorno che non ricordava neanche più di aver vissuto. Un pomeriggio di diciotto anni prima, un sabato, il giorno in cui portò suo figlio a un kaiten-zushi per la prima volta e in cui il bambino continuò tutto il tempo a gridare “tonno” in direzione dello chef. In un attimo gli occhi gli si gonfiano di lacrime, violenti singhiozzi iniziano a scuotergli il corpo e lui, raggomitolato nel suo completo nero sul pavimento lurido del bagno, si chiede se mai ce la farà.

Un’ottima lettura, qualora non si fosse capito dai brandelli citati.

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2 commenti leave one →
  1. 14 gennaio 12015 06:02

    12.01.2015 Kanchu Misogi, un antico rituale dello shintoismo nel tempio Teppozu Inari a Tokyo:
    http://www.repubblica.it/esteri/2015/01/12/foto/tokyo_nudi_in_una_piscina_gelida_per_purificarsi-104777301/1/#1

  2. 14 gennaio 12015 07:55

    credo che il popolo tutto del Sol Levante mi sia grato per non essermi mostrato nudo nelle piscine gelide (d’accordo che a settembre a Tokyo c’era ancora un caldo umido da paura, ma ouh…)

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