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O Porto trabalha

12 luglio 12014

portoSto riflettendo che come c’è gente che in vacanza va al mare o ai laghi, io sono uno che in genere va ai fiumi. Spesso le mie mete sono città sulla riva di qualche corso d’acqua di un certo rilievo. Parigi sulla Senna, Amsterdam sull’Amstel, Dresda sull’Elba (che ho visto tracimare a luglio), Berlino sulla Sprea, anche la (per me deludente) swinging London sul Tamigi…

Oggi torno in Portogallo, tanto per cambiare, solo che per la prima volta non metterò piede nella “mia” adorata Lisboa (sulle rive del Tejo, tanto per restare in tema fiumi). E non nego che la cosa qualche turbamento me lo dà.

Ritorno a visitare “l’altra capitale”, o se si preferisce la capitale del Nord1: Oporto (come la chiamiamo noi). Anch’essa su di un fiume, sulle rive canyonesche del Douro, collegate fra loro da metallici e imponenti ponti ottocenteschi firmati nientepopodimeno che dall’ingegner Eiffel.

L’ultima volta che mi sono massacrato per le salite do Porto era ancora lo scorso millennio, mi pare il 1999. Di sicuro era l’anno in cui uscì il film La Mummia con la -sigh- adorabile Rachel Weisz (non vorrei sbagliare, ma credo fosse il suo debutto cinematografico). Lo ricordo perché il film lo vidi appunto in un cinema di Porto: chissà se ci sarà ancora, era in praça da Batalha, una piazza trafficata dove mi inerpicavo tutte le sere per arrivare alla mia stanza.

Mi inerpicavo, perché di Porto ricordo benissimo due cose che mi avevano colpito: la prima, che riesce ad essere una città ancora più in salita di Lisbona, cosa che credevo impossibile geograficamente e geometricamente (ogni volta che chiedevo indicazioni per una via, un posto, la risposta in genere cominciava con “Sobe…” ovvero “Salga…”)

La seconda, che gli automobilisti sono ancora meno rispettosi delle regole rispetto alla capitale (anche questo è stato difficile da credere), peggio dei napoletani delle barzellette: a Porto i semafori sono simpatiche luminarie istituite dal comune senza alcuno scopo se non rallegrare le vie con un tocco di colore. Attraversare le strade era sempre un’esperienza no limits.

A mo’ d’esempio, riporto una scena alla quale assistetti vicino alla stazione degli autobus dove ero salito (ovvio) per una gita nei dintorni: semaforo pedonale, via a singola carreggiata; è rosso per le macchine ma ciononostante quando nessuno è sulle strisce i piloti sfrecciano tranquillamente; una vecchietta sostenendosi con l’ombrello intraprende la traversata, ovviamente con una certa lentezza; il primo autista della fila, spazientito, suona il klaxon; la nonnina, con filosofica flemma, si gira vero la macchina e con lento ma deciso movimento mena un’ombrellata sul cofano affermando con fermezza “‘tà vermelho” (“è rosso”); l’uomo al volante rimane con faccia ebete e bocca spalancata a guardare alternativamente la vecchia, che prosegue con calma l’attraversamento, e il cofano, sul quale immagino ricerchi i segni dell’atto gerontovandalico.

Ah, poi ricordo anche che gli abitanti di Porto vengono definiti tripeiros2 per la loro tavola a base di carne, particolarmente trippa e altre frattaglie, eredità del tempo dos descubrimentos quando in città si armavano i velieri per attraversare l’oceano e i quarti migliori delle bestie erano riservati, conservati sotto sale o affumicati, alle cambuse. Il mai troppo rimpianto Tabucchi nel suo capolavoro in portoghese Requiem descrive una ricetta del sarrabulho, delicata pietanza della regione del Douro dove fondamentale è la cottura nel sangue, che chi vuole può leggere qui, e direi che già la foto la dice lunga sulla leggerezza. Sarà una vacanza di dieta, ovviamente 😉


AmaranteStavolta conto di concedermi anche un paio di giorni fuori città, in un paesino dell’interno che allora avevo visto solo di sfuggita un pomeriggio: Amarante, cittadina con un bel ponte sul fiume Tâmega (come si diceva sopra…), non a torto apprezzata anche dal (pure lui) mai troppo rimpianto José Saramago nel suo Viaggio in Portogallo. Famosa per il suo São Gonçalo (che in realtà sarebbe solo beato, non santo, ma vaglielo a dire ai paesani) protettore degli innamorati (Valentino qui non se lo filano) e per il quale, durante le feste patronali (a giugno, mi pare) vengono confezionati dei dolcetti particolarmente romantici… (un’immagine vale mille parole, direi)

640px-Sao_Goncalo_Pastries_@_Amarante

1Sì, ne hanno una anche i portoghesi, e come la nostra “capitale da bere” se la tira da lavoratice: un detto sulle principali città del Portogallo recita Lisboa diverte-se, Coimbra estuda, Braga reza e o Porto trabalha! ovvero Lisbona si diverte, Coimbra studia, Braga prega e Oporto lavora!


2Mentre i Lisboeti che accompagnano ogni pietanza con l’insalata (a parte le sacrosante sardinhas assadas -queste sì, che mi mancheranno- per le quali si esigono le patate lesse e i peperoni) sono definiti alfacinhas, “lattughine”

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