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L’atlante nuvoloso

20 gennaio 12013

vcaimagesChe a pensarci bene, per me c’erano tutte le premesse per evitarlo. Un romanzo che esce in sordina e in pratica nessuno se lo fila finché non arriva il film tratto dal libro, ed ecco allora che l’editore lo ristampa rilegato ristabilendone il titolo inglese originale in quanto è quello col quale uscirà nelle sale. Bieca operazione di marketing? No, per carità, cosa vado a pensare. 😉

Poi, vengo a sapere che i registi (ok, due su tre) sono quei Wachowski che per carità, il primo Matrix mi è anche piaciuto ma già dal secondo, Matrix reboiled, beh ecco no scusa sai ci’ho da fare mi spiace vah che peccato me lo son perso eh pazienza. 😯

E poi Tom Hanks, che a parte ne Il miglio verde (uno dei pochi film dove c’è una scena che, non si sappia in giro, mi commuove sempre fino ai lucciconi) son più le volte che mi fa venire un eczema quando lo vedo in un film (no, curiosamente ho notato che con Halle Berry non mi succede… strano, vero? Forse solo perché mi sono evitato Catwoman) 😀

[inciso] Pare che ai Wachoswski, il romanzo, l’avesse fatto conoscere Natalie Portman durante le riprese di V for Vendetta; e che inizialmente proprio la Portman dovesse interpretare Sonmi-451, figura a suo modo centrale. Poi mettici i tempi di preparazione cinematografici, il fatto che lei è diventata mamma proprio quando il progetto partiva… così la versione con una Portman “coreana” (che avrebbe dovuto veder presente anche il grande “Magneto” Ian McKellen, suppongo nelle parti “anziane” tipo Timothy Cavendish, Vyvyan Ayres ecc.) rimane nella cinematografia di Altroquando… [fine inciso]

Pensa te se mi fossi pure accorto prima, io che sono l’ultimo dei mistici (ultimo in classifica, intendo), che su aNobii  il libro lo etichettano (anche) sotto la voce Religione e spiritualità. 👿

E invece, spinto non so da quale insano demone, ho ceduto al tam-tam delle sirene della rete e mi son messo a leggere il tomazzo rilegato, cosa anche questa che di solito mi indispone un po’ nelle letture pendolari su mezzi pubblici. E mi son pure visto il film.

Che dire? Mi son piaciute, sul serio, sia la lettura che visione. Nonostante qualche stridore nelle traduzioni del libro, come citavo ad esempio QUI; e nonostante le tre ore di lunghezza della pellicola e le ovvie differenze rispetto all’originale: le storie sono scarnificate all’essenziale e come succede in ogni passaggio libro-schermo le trame hanno dovuto subire qualche semplificazione o taglio di personaggi minori.

Ma la storia, o meglio le storie interallacciate che formano il romanzo sono interessanti e varie, anche nello stile. Simpatico è il gioco delle scatole cinesi, anzi delle matrioske, con il quale vengono presentate: un diario di viaggio vittoriano nei mari del Sud; che verrà letto nell’Europa fra le due guerre durante una relazione epistolare; della quale uno degli scriventi, invecchiato, sarà coinvolto negli anni ‘70 in un caso di spionaggio industriale; il cui resoconto romanzato finirà fra le mani di un editore dei giorni nostri… fino ad un ultimo episodio, in un’isola delle Hawaii post-apocalittica dove i sopravvissuti tornati ad uno stato tribale parlano una lingua all’apparenza sgrammaticata e pasticciata.

Curiosando in rete, fra recensioni e wikipedie varie si scopre che l’autore afferma di essersi ispirato al Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino, quell’opera famosa dell’Italo composta solo da “inizi” (una ventina, se non ricordo male), dove ogni capitolo successivo è il primo capitolo di una nuova storia letta, scritta, immaginata o che altro dai personaggi del capitolo precedente. Gioco ripreso, appunto, in Cloud Atlas. Ed esteso, in questo caso, al punto di “continuare” le storie e chiuderle simmetricamente nella seconda metà del libro.

[altro inciso] So che dirò una bestemmia, ma con tutta la mia passione per il sanremese-cubano Calvino, avevo trovato la sua Notte d’inverno alla lunga pallosetta anzichenò, pur apprezzandone e riconoscendone l’originalità; cosa che mi era successa anche per altre opere (non tutte le ciambelle ecc. ecc.) ispirate da quella associazione di pazzi geniali che è l’OuLiPo: sia opere di Calvino (lo sciapetto Castello dei destini incrociati) che altrui (e prendo l’occasione per confessare coram populo digitale che considero tuttora La vita Istruzioni per l’uso di Perec un perfetto esempio di quello spreco ostentato di intelligenza che il commissario Santamaria nella Donna della domenica, rivolgendosi al presuntuoso Massimo Campi, definisce perfettamente stronzismo) [fine inciso]

Fil rouge delle sei storie sono i personaggi centrali di ogni episodio, accomunati da una curiosa voglia a forma di stella cometa (sorta di legame “karmico”, tanto per capirci) e dal loro essere in qualche modo “ribelli”, innovatori, nemici delle convenzioni e delle imposizioni e che sono presentati nel momento in cui si trovano a a dover combattere (magari non proprio da soli, ma ostacolati comunque da un nemico) un qualche “potere”: il colonialismo razzista, il capitalismo spregiudicato, un crudele sistema di caste o magari un semplice istituto di riposo gestito da aguzzini…

I Wachowski (e il terzo regista tedesco) poi ci han messo del loro, con la buona trovata di utilizzare gli stessi attori nelle varie storie, travestendoli, truccandoli e invecchiandoli in modi a volte molto azzeccati (l’infermiera Hugo Weaving è un po’ inquietante e inguardabile ma a me, che ci si vuol fare, divertiva un sacco) a volte, beh, insomma un po’ meno: nella storia “coreana” truccare gli occidentali con gli occhi a mandorla non ha dato credo i risultati sperati (mentre, va a sapere perché, l’operazione “inversa” riesce alla perfezione)

E anche il montaggio, più frammentario e direi sincopato rispetto al libro, è un buon valore aggiunto, specie per alcuni ottimi passaggi di scena fra le differenti storie. E permetterà probabilmente a qualche nerd cinematografico di trovare un’infinità di legami sotterranei fra i personaggi e le scene delle differenti storie che tutto sommato qua e là si subodorano anche durante la lettura.

Insomma sono rimasto totalmente e piacevolmente stupito. Anche se, hélas, un dubbio mi resta: io il film l’ho apprezzato -e molto- ma vedendolo dopo la lettura del libro, o meglio durante: ero ormai ai tre quarti, ma se non approfittavo al volo di un pomeriggio libero mi sa che la visione in sala ma la scordavo; comunque le differenze fra le due versioni notate nelle parti a me “già note” mi hanno assicurato una piacevole lettura anche delle pagine rimaste, nonostante conoscessi ormai la trama completa.

Dicevo, ho apprezzato il film trovandolo un’ottima integrazione del libro. Mi chiedo però quanto avrei potuto gradire la visione del film “a mente sgombra”, senza la lettura preventiva. Ma temo che un tale dubbio sia destinato a restare insoluto (in questa realtà: magari nel mondo parallelo dove il film è interpretato dalla Portman e da Gandalf, chissà…)

[inciso finale] Devo altresì notare che ho trovato veramente literary correct la scena -presente nel libro e giustamente riportata nel film- nella quale uno dei personaggi si mette a gridare “Il Soylent verde è gente!” ma mi trovo costretto a non spiegare la cosa per evitare uno spiacevole spoiler… [fine inciso e fine sproloquio]

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