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Letture – Eleanor Rigby

15 gennaio 12013

eleanor rigbyA Douglas Coupland mi sono sempre avvicinato per così dire di sguincio. Non ho mai avuto “il coraggio” di attaccare i suoi romanzi più noti, come il fondamentale Generazione X il cui titolo è entrato nel lessico comune (o almeno “era entrato” in quel tempo ormai lontano come il giurassico che fu la fine del millennio scorso, ora forse si conosce meno) o come il più recente ma a quanto pare altrettanto noto e celebrato Fidanzata in coma.

Eppure le poche volte che mi sono azzardato, sono rimasto più che soddisfatto. In una vita precedente, nei dintorni del giurassico ora rievocato, ero rimasto piacevolmente sorpreso da Microservi, quasi un documentario etologico su un gruppo di geek informatici. Oppure, giusto quest’autunno, dal recente Dio odia il Giappone, curioso esperimento di romanzo (illustrato) pubblicato solo in Giappone (e chez nous, nello stivale) incentrato sui ragazzi “figli” dello sconforto nazionale seguìto alla crisi nipponica a cavallo del ‘90, in quel periodo che simpaticamente i giapponesi stessi definiscono “il decennio perduto” giusto per tirarsi su di morale.Dio odia il GiapponeMEbknMIq.jpg.part

Ma ammetto che ogni volta Coupland un pochetto mi intimorisce (Certo che farsi intimorire da un tizio così… 😀 ). Sarà che nonostante la strana e un po’ rarefatta ironia che ho sempre trovato nelle sue pagine, una certa quale angoscia le sue storie e soprattutto i suoi personaggi me l’han trasmessa sempre.

Per cui, non si capisce perché sia finito a comprare questo Eleanor Rigby, che già col titolo preso da una delle più belle e più tristi canzoni dei Fab Four, doveva indurmi alla cautela. Ma costava solo un paio di euri, e anche se continuo a ripetere che “sto cercando di smettere” quando mi trovo davanti alle bancarelle di libri usati non rispondo più di me (oddìo, non che di solito…) e la mia parsimoniosa coscienza, comunque già stanca e provata dai decenni di sconfitte trascorsi, rinuncia presto alla lotta.

Bello, bello e curioso, pure questo. Comprato, come ho accennato, in una bancarella pisana all’inizio di una tre giorni di viaggi turistici per musei, l’ho praticamente divorato nelle tre ore abbondanti dell’andata-ritorno ferroviaria milanese del giorno successivo. Anche questa tabella di marcia credo la dica lunga sul mio apprezzamento.

Storia di una solitudine, di Liz Dunn, una donna “troppo sola per vivere ma con troppa paura per morire”, non particolarmente bella, anzi, non particolarmente vispa, tutt’altro, che conduce un’esistenza piatta e grigia, insignificante come la sua casa dall’arredamento men che anonimo. Ma piano piano scopriremo che la “invisibile” Liz, la “Eleanor Rigby” del titolo (è il nome che ha scelto come nick dell’indirizzo e-mail), ha avuto nella vita momenti ben poco ordinari, traumatici, eccezionali, ha affrontato scelte tutt’altro che semplici. E nel 1997, l’anno che passerà agli annali come l’anno della cometa, l’anno della spettacolare Hale-Bopp dalla doppia coda, la vita di Liz sta per essere di nuovo sconvolta. Ma con juicio, ché anche se gli eventi che la travolgono, nel bene e nel male, diventano quasi troppo esagerati per essere credibili (soprattutto nella seconda parte, dopo i due terzi del libro: le cade addirittura un meteorite vicino casa), lo stile rimane sobrio, ironico e mai noioso. Non si scivola mai nel patetico e tantomeno, sul lato opposto, nella “falsa soddisfazione” dell’essere diversi (alla Nanni Moretti, tanto per capirci), in quella sorta di autocompiacimento forzato con la quale la mente dei solitari cerca sotterraneamente di difendersi dalla depressione più perniciosa.

Penso di averlo apprezzato anche perché, absit iniuria verbis, conosco l’argomento (come -pare- Coupland, che sembra l’abbia scritto dopo un lungo periodo di isolamento), a me madonna Solitudine mi spiccia casa, come dicono a Roma.

Ah già, giusto, si parla anche di Roma: perché tutto sommato la catena degli eventi prende il via proprio in una gita fatta a Roma con la scuola, quando Liz aveva sedici anni. Una Roma anni ‘70 descritta in modo ben poco lusinghiero, ma (anche qui parlo per esperienza e affidandomi al ricordo) decisamente verosimile e credibile. Per un gruppo di turisti canadesi, l’Italia di quegli anni, con i musei spesso chiusi non si sa bene se per uno sciopero e se per una delle tante feste religiose (a Roma, poi!) doveva apparire come un pianeta estraneo e quasi ostile. Con buona pace del nostro orgoglio nazionale.

Bello, bello (già detto, lo so) Chissà, forse ora potrei essere pronto anche per Generazione X. Non sarà ancora diventato un classico, ma almeno vintage di sicuro sì…

(Certo che anch’io devo smetterla di leggere storie problematiche di miei coetanei…)

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