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Letture – Antigone

16 dicembre 12012

Valeria Parrella
Antigone
Einaudi

Creonte non è mai stato un personaggio simpaticissimo, fin dai tempi di Sofocle. Più che nell’Antigone, dava il peggio di sé nell’Edipo a Colono, quando cercava in pratica di ricattare Edipo usandone le figlie.

Del resto, all’inizio della storia, regnante il casinista malgré lui Edipo, era poco più di un ambasciatore, un diplomatico, un ministro degli esteri, toh, senz’altro più a suo agio nei ricevimenti di corte che nelle riunioni assembleari. Non voglio paragonarlo proprio al recente Frattini dalla dubbia utilità, ma secondo me ci si andava vicini.

Jean Anouilh ne aveva suggerito una versione sofferente il cui dramma interiore, di uomo costretto dal dovere e dalla responsabilità, potesse essere paragonabile a quello della nipote Antigone. Ma non era riuscito a convincermi totalmente.

Parrella restituisce il re di Tebe alla sua disumanità privandolo puranche del nome e identificandolo freddamente come il Legislatore. E non si limita certo qui, nella (ottima e coraggiosa) riscrittura di una storia classica ingombrante quant’altre mai, seconda forse solo all’Edipo Re che ne getta le basi.

Se in Sofocle Antigone era la figlia maggiore, e quindi chiamata alla responsabilità; se in Anouilh la si trovava più giovane di Ismene, e diventava una sessantottina ante litteram; qui completiamo le variazioni anagrafiche, si accenna al fatto che le due sono gemelle, come Elena e Clitemnestra, così non se ne parla più.

Antigone restituita ai non credenti, senza dèi, difende qui una legge umana e terrena, un diritto moderno: Polinice non è l’insepolto cadavere del dramma classico ma giace comatoso in un letto condannato alla nutrizione forzata. Il filo delle Parche diventa una flebo, il diritto alla sepoltura del fratello è qui il diritto all’eutanasia di un corpo che non è più uomo.

La lettura del dramma è un piacere, ricalcata sullo schema classico dai nomi per iniziati classicisti (parodo, stasimo… aaah, inutile che faccio il figo, io ho fatto lo scientifico e al massimo questi termini li scrivevo quando facevo il Bartezzaghi aiutandomi con gli incroci) dove in uno stile lieve e poetico a volte affiora, a dispetto del tema , anche una qualche ironia.

Il coro ridotto a poco più dell’essenziale, un Corifeo e una Corifea che a volte sembrano improvvisare delle gag quasi comiche (vabbè, non esageriamo), e si inseriscono a sottotitolare (alleggerire?) alcuni passaggi, come la descrizione appena appena retorica delle Sette Porte di Tebe, materiali o morali che le si vogliano intendere.

Bellissima lettura. Tra qualche mese dovrei anche riuscire a vederlo a teatro, portato in scena dal Teatro di Napoli che passerà a Genova verso marzo.

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