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Letture – Miradar

25 ottobre 12012

MiradarIlaria Mavilla
Miradar

Feltrinelli

Una mano rugosa mi bussò sulla spalla. Era il parroco, un vecchio ricurvo e occhialuto.

“Abbia pazienza, sa com’è, qui ci sono madri di famiglia, bambini…”

“E puttane.”

“No, per carità, non volevo insinuare.”

“Non insinui, padre, affermi pure.”

“È una questione di rispetto.”

Quella parola non la potevo sentire.

“Lo vede quell’uomo?” e indicai il padre di Federico. “Viene a farsi fare un pompino tutti i sabati. Però, in tutti gli altri giorni, è un marito pieno di rispetto. Se non mi lascia in pace, vado lì e lo dico a sua moglie.”

Mi lasciò in pace.

Miradar. Un ibrido fra albergo ad ore e discoteca, lungo una camionale periferica. Che già uno immagina l’allegria.

Racconto corale dove l’io narrante cambia ad ogni capitolo. Ognuno (ognunA, la maggioranza dei personaggi sono femminili) racconta l’essenziale di sé, non è il caso di chiedere troppi particolari per comprendere il ruvido di queste vite.

Tre ragazze che intrattengono ogni sera gli scarsi avventori ballando una triste lapdance, ognuna davanti ad una croce (“tocco” artistico che dovrebbe renderle più originali delle solite cubiste), una ormai matura prostituta (la protagonista del brano riportato: chissà perché ho scelto proprio quello… 😉 ) e il rassegnato ed ingrassato gestore con un passato di tango nei tempi “d’oro” del locale sono i personaggi principali, i narratori. I protagonisti per insufficienza di prove.

Trama quasi inesistente, poco più di un narrato degli scarni e sfilacciati avvenimenti di ogni giorno, ma non si riesce ad interromperne la lettura. Anzi, le pagine “senza storia” della prima metà sono senza dubbio migliori e più avvincenti di quelle successive dei (brevi, come tutti) capitoli finali, dove in qualche modo si vogliono tirare le fila degli avvenimenti, alle volte con una sorta di catarsi che io definisco in genere “alla Dylan Dog”, con una giustizia molto ma molto vagamente consolatoria; altre volte invece in maniera decisamente molto più sporca. Che comunque anche qui, come dice il dottor Manhattan, nothing really ends.

Opera prima, giustamente premiata in un concorso per esordienti dell’Espresso (ok, in collaborazione con la Holden di Baricco, nessuno è perfetto)

L’autrice pare essere di Prato, e il mio paio di litri di sangue tosco (annacquati proprio dal Bisenzio, per la precisione) mi porta a guardare la cosa con interesse. I cromosomi genovesi si appagano dell’aver comprato il libro a prezzo ridotto per lo sconto dei punti accumulati in libreria, ché 12 euri per poco più di un centinaio di pagine, diciamocela proprio tutta non sono esattamente un viatico per l’acquisto.

Ma il mugugno del DNA ligure è messo presto a cuccia: il libro vaut le voyage, e vaut pure le prix, massì, che diamine. Mi è piaciuto, e pure un sacco.

Punteggio pieno, e pure cum laude. E tenere d’occhio l’autrice.

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