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Creature of the night

3 ottobre 12012

Lo confesso, ad un certo punto ho avuto paura.

Avevo paura di aver sbagliato sala. Ero l’unico maschio in una sala cinematografica non troppo affollata, e la trenta-quarantina di altre presenze era composta tutta da donne di varia età, compresa una fila di irrequiete teen-agers alle mie spalle che avrei in seguito molto odiato per il loro starnazzìo durante il film. Ciò che mi turbava era il fatto che nell’“altra” sala proiettavano Magic Mike negli stessi orari e visto il pubblico da “cena dell’8 marzo” mi si conceda che il timore era quantomeno lecito.

Ho cominciato a calmarmi quando sono entrati un terzetto mistogenere di giovini intellettuali che disquisivano su Londra e su un loro conoscente che lo aveva visto “dal vivo”. Chissà quanto costava il biglietto, mi sono scoperto a pensare con la mia metà di cromosomi genovesi.

Dopo l’inevitabile mezz’ora pubblicitaria si sono finalmente spente le luci, e con un breve preambolo, uno di quegli “inserti DVD” dove il regista e gli attori raccontano quanto sia stato emozionante e gratificante partecipare ad un lavoro come questo, parlano dell’universalità dell’opera e blablabla (preambolo che ha preoccupato parte del pubblico -brusìo in sala- perché a dispetto delle indicazioni lette in rete non era “sottotitolato in inglese” neanche per sbaglio e un po’ di timore per le due ore abbondanti successive credo sia sorto) siamo finalmente “andati a teatro”.

L’evento, il Frankenstein del regista Danny Boyle registrato al National Theatre di Londra e ora proiettato in alcune sale in giro per il pianeta. E per fortuna, una copia è arrivata pure a Zena. Interpretato da Benedict “Sherlock Cumberbatch e da John Lee Miller (che conosco poco non seguendo la serie Dexter: lo ricordo nella minima parte in Dark Shadows ed evidentemente lo vidi senza ricordamene in Trainspotting ed Æon Flux) che nei mesi antecedenti l’evento olimpico londinese si sono alternati vicendevolmente sul palco (splendido, ho invidiato molto l’amico degli intellettualoidi che se l’era goduto live) nell’interpretare una sera il dottor Frankenstein e la sera successiva la mostruosa creatura (che benché chiamata da tutti “Frankenstein”, in realtà rimane anonima per tutto il romanzo -pignoleria da secchione dell’horror)

Naturalmente la vera pièce de resistence per gli attori era interpretare la creatura, vuoi per la maggiore presenza scenica vuoi per il non indifferente sforzo fisico richiesto.

Io ho visto la versione Cumberbatch-creatura. Sherlock Holmes nella parte del mostro di Frankenstein. Mica male, come crasi dell’immaginario vittoriano.

In realtà, come il mio inglese dovrebbe avermi consentito di capire nonostante l’assenza di sottotitoli della presentazione, per la programmazione in sala sono state registrate entrambe le versioni. Ma già c’era voluta tutta per sapere al telefono gli orari di proiezione dalla biglietteria del cinema, non mi pareva il caso di infierire con le domande e chiedere quali versioni proiettassero. È andata bene così.

Notevole. In una sorta di ouverture senza parole il corpo nudo della creatura (per sovraccaricare, qualora necessario, gli ormoni delle ochette della fila dietro, l’unico vestito di scena era un perizoma stracciato quasi pannolinesco) marchiato da colossali e quasi grottesche cicatrici fuoriesce da una sorta di capsula uterina rotolando a terra, goffo e gutturale, ancora incapace di esprimersi e tantomeno di reggersi sulle gambe, preda delle ultime convulsioni elettriche richiamate da accecanti esplosioni di luce del colossale lampadario del teatro (già, dimenticavo, nella sala del National Theatre il grande palco circolare dalle mille potenzialità tecniche -va bene, cerco di darmi una calmata, manco mi pagassero per dire certe cose- è al centro di un vasto spazio, versione moderna dell’anfiteatro, sovrastato da un colossale lampadario tubulare… scusate, la badante dice che è l’ora di prendere il litio, torno subito)

Diciamo che qualcosa della grandiosità scenografica si intuisce anche dal trailer. Un immagine vale mille parole (cfr. Jack Lemmon, Attenti alle vedove)

 

Per una decina di minuti, in un silenzio rotto solo dai lamenti strozzati e dal rumore delle cadute di un corpo inesperto, il mostro in scena cerca di controllare o forse di scoprire i propri movimenti (e per quanto le abbia odiate e tuttora auguri loro una vita di scarsi o quasi nulli orgasmi, non ho potuto non sorridere alla battuta di una delle lolite nelle retrovie: “Ma quanto ci vorrà prima che si alzi?”)

Una notevole performance. Realistica e convincente, e a dispetto delle lolite, apprezzabile per tutta la durata.

Nella prima parte Frankenstein, il dottore, il “moderno Prometeo”, appare solo di sfuggita, in una brevissima scena dove magari con un po’ di fatica si riconosce la ribellione e la fuga della creatura: diciamo che siamo fin da subito nel cuore del romanzo, e molte cose vengono “date per scontate” (insomma, la storia la sappiamo, no?) per dare spazio all’“educazione” del mostro da parte del contadino cieco (ammetto che è stato difficile restare sempre seri senza andare con la mente a Mel Brooks…) dichiaratamente razionalista e perché no, pure ateo.

Victor Frankenstein si conoscerà meglio solo in seguito, quando il mostro cacciato e ormai già destinato a diventare umanamente “cattivo” (e nonostante le difficoltà di dizione, con una notevole cultura umanistica) giungerà a casa del proprio creatore per chiedergli il dono di una compagna, con tutto ciò che segue, fino al famoso inseguimento finale tra i ghiacci artici.

Pur essendo una parte minore rispetto all’omniscenico mostro (sempre di coprotagonista si tratta, comunque) fa la sua porca figura. E il per me semiignoto Miller si comporta ben più che dignitosamente nel rappresentare il freddo di sentimenti ma infuocato di passione positivista scienziato svizzero.

Buono anche il resto del (tutto sommato numeroso) cast. Non mancano neanche scenette divertenti, come i dialoghi fra i pescatori delle Orcadi che si trovano ad ospitare ed assistere Frankenstein, o alcuni scambi di battute fra Victor e la sua sfortunata sposa la notte di nozze (dove il dramma della vendetta della creatura si spinge -tragicamente- dove a ben pensare solo il già citato Mel Brooks aveva osato…)

Nel caso non si fosse capito, mi sono veramente appassionato alla visione, nonostante la vicinanza delle pubescenti vicine e dei loro fottutissimi telefonini (se a qualcuno interessasse, Nokia, come si evinceva dal risuonare della famosa melodia di Tárrega: e, nel caso sorgesse la domanda, sì, le troiette infoiate adolescenti inquiete parlavano al telefono durante la proiezione; e no, per favore, non voglio chiedermi perché cristo fossero venute a vedere il film)

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