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L’amour fou

24 giugno 12012

Anche questo mio raccontino, sorta di quatuor di una certa lunghezza, ha i suoi annetti e fino a qualche tempo fa in giro nelle rete ancora lo si trovava, aveva persino riscosso un certo gradimento.

Tu pensa.


Notte di luna. Sulle alture dietro la città, ai bordi di una strada, diverse vetture ferme con il muso rivolto verso le luci del panorama urbano. Inutile dire che dentro ogni macchina ci sono due viag­giatori, generalmente giovani e di sesso opposto e se si trovano qui, un motivo ci sarà…

“Senti, adesso non mi vorrai dire che ci hai ri­pen­sato, eh?” La voce di Lui non lasciava molto margine alla discussione. “Eravamo d’accordo che sarebbe stato stasera, io sono pure uscito prima dal lavoro…”

La voce di Lei era molto meno decisa, e forse un po’ tremante. “Smettila di parlarmi così! Se mi vuoi bene come dici, dovresti capire che per me è non è una cosa da niente, è qualcosa di impor­tante…”

“Non dirlo a me!” Ghignò Lui.

“Ecco, vedi, sei il solito maiale! Anche le mie amiche me lo dicono sempre…”

“Chi, quei ciospi? Buone, quelle! Ma lasciale perdere, non capisci che sono solo invidiose per­ché non hanno un cane di nessuno che se le fila? E tu invece hai trovato me…”

“Ah, ho fatto un bell’affare, davvero…”

“Oh, adesso basta, che cazzo!” Lui non aveva nessuna intenzione di andare in bianco quella se­ra; immaginava già le risate se lo avessero sa­puto quei bastardi del bar. Ma Lei si era messa pure a piangere.

Con parole un po’ più gentili, ma sempre mirate in una sola evidente direzione, l’insistenza di Lui riuscì a farsi strada fra le lacrime di Lei; e dopo un breve prologo di carezze affrettate, Lui si trovò sopra di Lei e cercò di darsi da fare per rendere proficua la serata, almeno dal proprio punto di vista.

A Lei non importava più nulla, voleva solo che tutto finisse presto; sentiva solo l’ansimare di Lui che andava avanti ed indietro come un animale, e quel dolore proprio laggiù che la faceva ver­gognare di sé stessa; e riprese a piangere. E cer­cando di soffocare i singhiozzi, ebbe anche dei piccoli spasmi alla pancia, che Lui interpretò non proprio correttamente come fremiti di godimento e sorrise, pensandosi un grande amatore. Finché uno spasmo un po’ diverso dagli altri non la prese proprio nei muscoli del pube. Stringendo come una morsa, il sesso di Lei si chiuse su quello di Lui. Urlarono tutti e due: Lui per il dolore, Lei per la paura. Ma nonostante lo spavento, i muscoli di Lei non volevano saperne di mollare la presa, anzi continuarono a tendersi e a stringere sempre più, e presto le carni di Lui cominciarono a lacerarsi, provocando ferite de­cisamente profonde al suo orgoglio di maschio…

“Ma li senti quelli là come urlano? Devono pro­prio darci dentro e divertirsi…”

“Cosa c’è, adesso ti ecciti a fare il guardone?” E fingendo uno sdegno difficilmente provato, Lei fece il gesto di colpirlo sul naso.

“Mah, non saprei, potremmo chiedere cosa stanno facendo di così emozionante…” Lui si at­teggiò a libertino distaccato. “Chissà, ogni tanto provare qualcosa di nuovo potrebbe portare un po’ di interesse in questo nostro rapporto ormai vecchio…” Lei accettò il gioco, e con un birignao che Lui adorava proseguì nella piccola recita. “Sì, forse hai ragione, anch’io sentirei la necessità di qualcosa di diverso, nuove emozioni, qualcosa di violento, di passionale… Pazienza, vorrà dire che mi accontenterò di te!”

“Maledetta serpe…!” Ridendo in sordina, i due fecero la lotta nell’angusto spazio dei due sedili. Alla fine dell’incontro, erano abbracciati e accal­dati, e ridacchiavano ancora. Non si accorgevano nemmeno della leva del cambio che premeva sulle loro gambe. Gli occhi di Lui erano fissi negli occhi di Lei.

“Sei così bella che ti mangerei di baci!”

Lei sorrise ed avvicinò il viso a quello di Lui e i due si baciarono. Un lungo bacio, fra il tenero e il perverso, con labbra, denti e lingue che sembra­vano vivere di vita propria. Lei mordicchiò il lab­bro di Lui, e Lui ricambiò il morso. Con più ener­gia. Le lacerò la carne, e prima ancora che Lei si rendesse conto di cosa stava succedendo, Lui aveva inghiottito il brandello sanguinante. Lei cominciò ad urlare, e Lui la morse di nuovo ad una guancia. Con i begli occhi azzurri spalancati e accesi di una strana luce, Lui continuò a sbranarla mentre Lei piangeva e si dibatteva ur­lando, immobilizzata sul sedile dove colavano lacrime, saliva e sangue…

“Sono tutti un po’ agitati stasera, non ti sem­bra?”

“Beh, se non ci si scatena qui…”

“Guarda quelle macchine come ballano. Non ci avevo mai pensato… Dici che anche la nostra si muoveva così le altre volte?”

Lei sorrise e si rannicchiò come una gatta contro il braccio di Lui “Ho paura che fosse inevitabile… Io francamente non ci facevo molto caso, e tu?”

Lui sorrise e tirò su il finestrino “No, decisamente anch’io avevo altro a cui pensare in quei mo­menti… Senti, mi è venuta in mente una cosa…”

“Alé, cominciamo con le porcherie…!”

“E quando mai?” Si stupì Lui, mentendo anche a sé stesso. “No, senti, volevo dirti… Perché non lo facciamo là fuori?”

“Fuori? Ma sei matto? E magari coi fanali accesi che ci illuminano, e poi dopo lo spettacolo pas­siamo con il piattino? Tu sei scemo…”

“No, aspetta… Non hai proprio capito, io non vo­glio che vedendo la macchina gli altri si accor­gano di quello che facciamo…”

“Secondo te qualcuno nelle altre macchine pensa che siamo qui per parlare di affari? Anzi, pensi proprio che qualcuno di loro si interessi a noi?”

“Oh, senti quello che volevo dire è questo: lì c’è un prato nascosto dagli alberi, noi due ci pren­diamo un paio di coperte che ho lì dietro e il gioco è fatto! Solo per fare una cosa diversa.”

“Mi sa tanto che proprio diversa non sarà, alla fin fine…” Vedendo il viso di Lui che si stava incu­pendo, Lei decise di cedere e di dargliela vinta. “Oh, d’accordo, esibizionista! Andiamo fuori a farci applaudire!”

Uscirono dalla macchina, sistemarono la prima coperta sull’erba e coprendosi con l’altra diedero inizio allo spettacolo, riparati agli sguardi indis­creti da un gruppo di arbusti. Non faceva poi troppo freddo, e anche se la “cosa” non era poi così diversa dal solito, Lei non sembrò aversene troppo a male. Peccato che insieme a loro si muovessero anche le coperte, e che spesso capi­tasse di sentire sulla pelle nuda l’umido dell’erba. Ma a certe piccolezze ci si abitua subito.Si abituarono entrambi tanto in fretta che non si accorsero che l’erba stava rapidamente crescendo sotto di loro. Piccoli tentacoli verdi che si allungarono verso i due corpi abbracciati, strisciando sotto le coperte. Quando si resero conto di quella ragnatela vegetale che li stava ri­coprendo, cercarono inutilmente di liberarsi, di­vincolandosi e strappando i fili…

“Ancora quindici giorni…”

“Dio mio, io non ci dormo la notte…”

“Ah, grazie tante! Se ti faccio quest’effetto, pos­siamo mandare a monte la cerimonia, sai?””Ma dài, stupidone, hai capito benissimo cosa voglio dire! E tanto lo so che anche tu te la stai facendo sotto come me!”

“Proprio le parole adatte per una seratina roman­tica, non c’è che dire!”

“Uffa, lo sai che non ti sopporto quando vuoi fare il superiore…”

“Hai ragione, scusami…” Lui la abbracciò, e i due rimasero in silenzio per qualche istante. Fu Lui a riprendere il discorso, guardando il cielo at­traverso il parabrezza.”Ma ci pensi?”

“Secondo te, riesco a pensare a qualcos’altro in questi giorni? In negozio, le ragazze continuano a chiedermi notizie sul vestito, sulla casa, sul viaggio… Mia madre mi telefona solo venti volte al giorno per fornirmi i particolari aggiornati del­l’or­ga­nizzazione o per avvisarmi del­l’e­sistenza di qualche parente dimen­ticato che non può assolu­tamente man­care alla cerimonia… Anche quan­do sono sola con te non parliamo praticamente d’al­tro…”

“Ehi, anch’io faccio una vita così, lo hai dimenti­cato?”

“Ma sì, ma sì; volevo solo farti capire che non sto pensando ad altro ormai da mesi. Ah, non vedo l’ora che sia tutto finito!”

“Finito? Vorrai dire cominciato!” Sorrise Lui, gi­rando il volto verso quello di Lei.

“Eh già, hai proprio ragione… Comincerà tutto con la fine, vero? E poi… Oh mamma mia una vita insieme!” Finsero entrambi uno stupore inor­ridito.

“Davvero, roba da accapponare la pelle!”

“Vieni qui, maritino mio… Ehi,  guar­da guar­da… Un capello bianco! Ahi ahi ahi, ma allora non sei quel bel giovanotto che credevo… e un altro… Andrà a finire che in chiesa dovrai tingerti i capelli, altrimenti ti scambieranno tutti per tuo padre!”

“Oh, non farla tanto lunga! E poi non ho i capelli bianchi!” Comunque Lui si diede un occhiata nel retrovisore. E volle vendicarsi. “E poi anche tu non sei più quella ragazzina fresca che mi ha se­dotto e purtroppo non abbandonato… Guarda qui che rughette!…” E con il dito Lui seguì un cir­colo intorno agli occhi di Lei.

“Che stronzo! Io non ho rughette intorno agli oc­chi! Tu piuttosto… Ma guarda, un altro capello bianco… e un altro… un altro…” Ora la voce di Lei era preoccupata. “Ma guarda, qui ce n’è una ciocca intera… Oh Dio, che ti sta succedendo?”

Qualunque cosa stesse succedendo a Lui, stava succedendo anche a Lei. I capelli bianchi erano sempre più numerosi su entrambe le teste, e sui volti spaventati le rughe comparvero sempre più fitte e profonde, mentre i due si guardavano e toccavano con mani tremanti i propri volti. La pelle si avvizzì, le dita si fecero ossute, e i vestiti divennero cadenti su quei corpi fino a poco prima ancora giovani. Ormai in preda al panico, Lei si gettò fra le braccia di Lui piangendo, e Lui rimase immobilizzato, senza sapere cosa fare. Si strinsero in un abbraccio disperato mentre i loro corpi continuavano ad invecchiare. Finché morte non li separò…

In alto, al di sopra di tutti questi drammi, ride una figura che nessuno può vedere. Sembra un bambino, nudo e con dei bellissimi riccioli biondi. In una mano stringe un arco e porta a tracolla una faretra carica di frecce. Si libra in volo battendo due piccole ali bianche da angioletto, che ben poco si accordano con lo sguardo cattivo e il sorriso malevolo che gli attraversa il volto.

“Avevo proprio bisogno di cambiare genere: erano secoli che non mi divertivo così!”

E sempre sorridendo, Cupido svolazza e si allon­tana, diretto verso la città.


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