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Moonlight Scherzo

17 giugno 12012

Per questo raccontino semihorror nato recentemente per combattere la depressione, l’unica scusante che posso addurre è che si tratta di un impromptu, scritto di getto e poco o nulla rivisto.


La vedo arrivare, dall’altro lato della piazza. Ci siamo conosciuti in rete, qualche forum, non ricordo nemmeno di preciso come o quando. Ogni tanto fa piacere vederci, un aperitivo, una pizza, un cinema, per passare qualche ora in compagnia. Come stasera, uno dei nostri incontri senza cadenze fisse, giusto per non perdere una piacevole abitudine. Si scherza, ci si tira qualche frecciata, ci si corteggia fintamente e blandamente ma senza scopi reconditi. Rilassante e divertente.

Fra uno stuzzichino e l’altro mi racconta dell’ultimo fidanzato che l’ha mollata ma col quale è rimasta in ottimi rapporti, ed io signorilmente non commento troppo, da come me ne aveva parlato doveva essere un deficiente fighetto, meglio che se ne sia liberata; io la aggiorno sul mio lavoro, le parlo della nuova proposta del mio capo, una trasferta all’estero di qualche mese che forse, chissà, potrebbe diventare qualcosa di più duraturo, ci sto pensando fra mille dubbi ma mi sa che accetterò… Lei non sa se congratularsi o meno, ormai la conosco, è sempre stata così, non ama molto i cambiamenti.

Le solite schermaglie di rito per pagare l’aperitivo, ma il conto è mio, e non solo per dovere di cavalleria: il suo lavoro da precaria a Medicina non la ricopre certo d’oro anche se per fortuna le piace -non ho ancora capito quali ricerche stia facendo sugli ormoni, fra caviette che di sicuro non invidio- ed anche se il mio stipendio non è quello di un dirigente non vado certo in rovina offrendole ogni tanto aperitivo e cinema, come stasera. Come dicevo, sotto sotto sono un cavaliere, forse persino dalla lucente armatura.

Mentre usciamo dal bar, è strano, mi sorprendo a guardarle il viso in un modo diverso dal solito, sarà la luce della sera. È carina, ma niente di che, una ragazza normale, anche stasera non è certo vestita in gran tiro, come me del resto, i nostri sono incontri fra vecchi amici, non è il caso di starsi a sbattere. Eppure. Per un attimo non riesco a smettere di fissarla. Lei non se ne accorge, e mentre andiamo verso il cinema riprendiamo a parlare di varie futilità.

Un film di fantascienza, nostra passione comune -ah, ecco, sì, il forum era quello dei fan di Alien– e pure decente, rarità incredibile di questi tempi.

Ma io non seguo la storia con troppa attenzione. Mi accorgo che sempre più spesso mi distraggo per voltarmi a guardarla. Ogni tanto lei mi sussurra qualcosa per commentare le scene, e il suo bisbigliarmi nell’orecchio mi dà i brividi. Che mi prende stasera? Dopo uno dei suoi commenti le stringo la mano, un gesto che in genere è di complicità, ma stasera non solo. Voglio sentire, anche solo per un attimo, la sua pelle, per un istante sono concentrato nel percepire le sue dita fra le mie.

Usciamo dal cinema, e come sempre la riaccompagno a casa, facciamo quattro passi, non abita distante e non sta certo nell’angiporto, ma di sera in certi angoli del quartiere la mia presenza tutto sommato imponente di semicavaliere dall’armatura non troppo opaca può essere utile. Anche nelle notti come questa, con una imponente luna piena che illumina le strade. O forse soprattutto in queste notti, in rete è un fiorire di notizie sul fatto che stanotte Selene sia particolarmente grande e luminosa, evento poco frequente regalato dagli effetti speciali della gravitazione e dei movimenti astronomici.

Lei sostiene la conversazione quasi da sola, come sempre, per fortuna è una a cui piace parlare, il fatto che io non dica molto non la stupisce più di tanto; e per fortuna, perché stasera mi costa davvero fatica seguire il discorso, sento il cuore che batte come mai mi è successo e ho un gran caldo, devo controllarmi per non mettermi ad ansimare. Altro che cavaliere dalla lucente armatura, se sapesse i pensieri che mi continuano a frullare in testa e che in un certo senso la vedono protagonista, non credo si sentirebbe così tranquilla.

Siamo davanti a casa sua, e come altre volte mi invita a salire, per fare ancora due parole e bere il bicchiere della staffa. Il cavaliere in me, pur con l’armatura ormai infangata, cerca di convincermi a salutarla e a tornare a casa per una doccia gelata, ma ormai non è più lui ad avere il controllo. Qualcuno, qualcosa di molto meno civile ed educato ha ormai preso i comandi.

Accetto l’invito con un sorriso che spero sembri il più naturale possibile, ma deglutisco a fatica, ormai la desidero in modo quasi doloroso, mi devo sforzare e trattenermi per non metterle le mani addosso e prenderla subito, qui, sul pianerottolo.

Ci accomodiamo in cucina, mai state troppe formalità fra di noi. Cerco ancora di controllarmi, ma quando si avvicina per porgermi il bicchiere la afferro per il braccio e la attiro a me continuando a fissarla, perdendomi nei suoi occhi, sono pazzo di lei, la voglio, la abbraccio, avvicino le mie labbra alle sue.

La fitta impiega qualche istante a raggiungermi il cervello, il dolore è un lampo di fuoco che mi riempie la testa. Abbandono il suo abbraccio, stringendo i denti per non gridare. Porto una mano all’addome e sento fra le dita, più che vederlo, il coltello da cuoco che mi ha piantato nella pancia. Non mi ero neanche accorto che lo avesse preso. Infoiato com’ero, le guardavo solo le tette, non mi sarei accorto neanche di un kalashnikov.

Alzo gli occhi a guardarla, ha ancora la stessa sorridente espressione che mostrava mentre volevo baciarla. Prima che me ne renda conto, con un solo gesto rapido mi estrae il coltello dalla pancia e lo usa per aprirmi la gola. L’urlo che avevo cominciato affoga in un gorgoglìo di sangue. Mi guarda ancora con amore. Per un infinitesimo di secondo sento ancora un inutile e assurdo desiderio.

Crollo sul pavimento, mentre la sua voce mi dice qualcosa che ormai non capisco più sui feromoni che ha dovuto spruzzarmi addosso per tutta la sera. Che voleva essere sicura che la seguissi fin dentro casa. Che forse ha un po’ esagerato, ma non poteva rischiare, con quella storia del lavoro all’estero. Che ci tiene a me, non voleva perdermi. Che del resto lo so anch’io, che non le sono mai piaciuti i cambiamenti.

Sdraiato nel mio sangue, ormai senza forze, la guardo aprire uno degli armadietti, dentro al quale intravedo alcuni grossi flaconi. Ognuno dei quali contiene, immersa in un liquido giallino, una testa umana. Nonostante la nebbia che mi sta invadendo il cervello mi sembra pure di riconoscerne un paio.

Sempre sorridendo dolcissima mi si avvicina con un seghetto e il mio ultimo pensiero, davvero senza senso, è chiedersi dove possa averlo preso, chissà, forse l’ha rubato in laboratorio.

Spero almeno che non mi metta vicino a quel fighetto del suo ex.


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