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Sargent e gli impressionisti

3 maggio 12012

Come bonariamente mi invidia un caro amico, io ci’ho il vizio che ogni tanto prendo e per una o due volte al mese (specie nella bella stagione) scappo per un giorno da qualche parte (massacrandomi con viaggi ferroviari degni di un ricercato dalla polizia) a far finta di essere una persona istruita, visitando una città o l’altra qua e là con la scusa di qualche mostra.

L’ultima occasione è stata una recente giornata fiorentina ormai lontana già un mese, e nella quale ho pure approfittato per rivedere un paio di toscane con le quali da anni avevo solo contatti di rete.

Cercherò di dimenticare la vista della massa dinamica di turisti davanti al Duomo. Uno si è fatto filmare dagli amici mentre urlava “HAPPY BIRTHDAY DIIIIAAAAANAAAAA” davanti ad una delle porte bronzee, e spero almeno che Diana fosse una sua amica, e non la defunta principessa del Galles. Incredibile il numero di quelli che si stupivano, vagamente stizziti, che tutta la facciata del Duomo non riuscisse ad essere contenuta nel rettangolo della loro minidigitale compatta. Taccio anche delle scolaresche che guardavano più gli SMS sul cellulare che la Porta del Paradiso del Battistero; dei gruppi ombrellati, dall’età media più vicina ad un numero di tre cifre che non ad uno di due; dei giapponesi ipercinetici con almeno quattro fotocamere appese sul corpo…

La mostra, dicevo. Sargent e gli impressionisti, a Palazzo Strozzi (dove ormai una capatina ogni tanto la faccio quasi con regolarità). Pubblicizzata in lungo e in largo, soprattutto qui nella ex capitale toscana, come mi han confermato le due amiche.

Intendiamoci. Premesso che pur piacendomi e anche molto, occorre confessare che con gli impressionisti ormai da qualche anno le mostre acchiappaturisti lo stanno facendo un po’ a fette, con alterni risultati e spesse volte mettendo insieme, come si dice qui a Zena, ruzzo e buzzo. Anche in questo caso la parolina magica ci sta e non ci sta, in fondo questo ponte di Firenze, immagino, non sarebbe dispiaciuto neanche al vecchio Monet


Basta poi però non stare a sottilizzare su questo bel gruppo che anche uno zero artistico come me riesce ad associare al termine preraffaelita

Classificazioni a parte, son rimasto soddisfatto. Belle opere, e a suo modo interessante la storia dei pittori, e un po’ più originale del solito, anche se molto “patinata”. Sì, perché seppur stilisticamente e temporalmente associabili e ascrivibili appunto al movimento impressionista (con juicio, come dicevo), i pittori statunitensi esposti poco avevano in comune con artisti vagabondi alla Gauguin o pazzi alla Van Gogh: no, questi erano in genere eleganti rampolli di famiglie possidenti che di sicuro non si sarebbero mai mozzati ‘na ‘recchia, e che anziché fuggire in una capanna di palme polinesiana potevano permettersi di svernare in una villa nella campagna toscana dopo un viaggio transatlantico, di sicuro non in terza classe. Non per niente fra i numerosi ed eleganti ritratti della mostra


ci è scappato pure qualche Boldini con le sue donne di ottima famiglia avvolte in stoffe colorate (anche se credo che al Boldini ancor più gli garbassero, e di molto, quand’erano senza stoffe, ma lasciamo stare il gossip)

Sì, ritratti a dire il vero ce ne son tanti, come questi due “letterari”, entrambi di mr. Sargent: Henry James (poteva mancare una sua citazione in quest’atmosfera toscana e anglofona di fine ottocento?)

e la maschiaccia Vernon Lee, che da lettore di storie fantastiche e soprannaturali già conoscevo

Ma anche le vedute toscane d’antan non mancano, come questo angolo ormai scomparso di Firenze

o come qualche paesaggio un po’ diverso dal solito

Più classica, la veduta della villa del suocero

dove viveva il pittore Duveneck con la giovane moglie pittrice anch’essa (Elizabeth Boott, ex-studentessa del pittore, tanto per continuare a non fare gossip), pórella, morta giovane dopo appena un paio d’anni di matrimonio; pittrice pure bravina, come mostra questa natura morta un po’ autunnale e affatto originale che, metti che che avevo appena letto la triste storia della coppia,  mi ha favorevolmente colpito

In fondo, molto in fondo, sono un romantico. Anche se poi, di fronte a questa spiaggia finale

confesso di essermi abbandonato a pesanti illazioni sull’aria apatica dei due cicisbei (per carità, poi magari la sobria immagine nasconde la storia di un ménage à trois torrido e passionale, ma mi si conceda di dubitarne) e ad un inquietante pensiero sulla ragazza seduta (beh, facciamo due inquietanti pensieri, era pure caruccia), chiedendomi come potesse respirare la povera Barbie ante litteram con quel vitino veramente da vespa ottenuto con chissà quale terribile busto di tortura. E penso di aver compreso perché la fanciulla non sorridesse. Con quei due bietoloni intorno, poi…


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