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Radio Argo

1 marzo 12012

(una delle tante mie serate a teatro di quest’anno, che a momenti non ci andavo neanche perché dicevo, uffa, sono un po’ stanco e bollito, ma meno male che non mi son dato retta)

Che vedi gli oggetti lì, sul palcoscenico, e capisci che ognuno di essi dovrà essere il “palco” per un personaggio, del resto con un solo attore che racconta tutta la storia degli Atridi da Ifigenia ad Oreste qualche giochetto scenico ci vuole, hai voglia, poi quei tre o quattro microfoni, già pronti sulle loro aste, messi uno qui e uno lì, sono un indizio decisivo.

E cerchi anche oziosamente di capire se la corona di fiori rossi è per Ifigenia, cosa possa rappresentare quella specie di sportello col microfono dietro un vetro in mezzo alla scena o a cosa servirà quella medaglia che sembra la croce di David appesa a fianco ad una sorta di leggìo. Esercizi di stile, diciamo, ché dall’alto delle tue letture questa storia la conosci bene.

Poi dal fondo, lentamente, arriva; zoppicante, con un mantello rosso che lo nasconde quasi interamente, nella poca luce della scena. Con un microfono in mano, alla faccia delle aste già presenti. E comincia a parlare con una volce falsata, che anche dalle prime battute capisci che vuole essere quella di una bambina. Una bambina magari un po’ leziosa, forse viziata, in fondo nasce in una famiglia ricca, è figlia di re, fa discorsi sciocchini, come quando dice con innocenza che lei lo sa già che poi quando la mamma muore lei sposerà il papà. Rischierebbe pure di esserti un po’ antipaticuzza, questa bambina, se non sapessi già qual è la sorte che la attende, e che anche tu attendi si definisca, con un’apprensione crescente che provi ad ignorare. E quando in effetti il tutto si compie, mentre ormai quel che vedi sul palco è proprio una bambina, che con la voce ormai rotta dal pianto (“non voglio piangere, perché poi il mio papà ci fa una brutta figura”) non capisce cosa succede, che sta per essere uccisa per una guerra che forse più stupida non si poteva, con un colpo che conclude il monologo e si trasforma nel rombo del mare finalmente pronto a portare le navi achee verso la guerra, e poi ancora nel rombo della battaglia con cozzare di spade e voci che masticano lamenti, quel colpo ti fa sobbalzare e ti dài del cretino perché con tutte le tue arie da saputello intellettuale scafato e cinico hai un groppo in gola e poco manca ti vengano i lucciconi agli occhi, tutto per colpa di un uomo che con la voce in falsetto fingeva di essere una bambina.

E questo è solo l’inizio, nel seguito vedi anche un dittatoriale Agamennone, una Cassandra praticamente col burqa, un “duetto” (perché mentre su una sedia a rotelle lo segui giocare con un lenzuolo e due microfoni ti dimentichi pure che è un unico attore a far dialogare le due parti) fra una livida Clitemnestra ed un Egisto vitellone dal pesante accento siculo (e francamente detestandolo ti trovi a pensare che si tratta dell’unico personaggio della saga che non riesca ad avere una benché minima sfaccettatura “epica”, l’unico per il quale non riesci e non riusciresti mai a provare non si pretende simpatia ma solo un briciolo di comprensione); scopri che quel famoso “sportello col microfono” è la console di Radio Argo (ah, ecco perché il titolo!) che segnala lo scorrere del tempo, un’originale e azzeccata rivisitazione del coro greco; e dopo il tentativo di catarsi finale di Oreste, hai solo un po’ di rimpianto perché l’unica che ti manca è Elettra, che di solito in questa storia la fa da padrona, quantomeno con il nome in un titolo anche se in realtà, o forse proprio per questo, è l’unica che sopravvive all’Orestea senza neanche sporcarsi le mani.

Ma tu pensa, l’ispettore Fazio dei Montalbani televisivi, uno dice sì, bravino, simpatico. E invece ‘sto Peppino Mazzotta è un attore ca tene du’ cugghiuni tanti.


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