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Letture – Venivamo tutte per mare

28 febbraio 12012

Venivamo tutte per mareJulie Otsuka
Venivamo tutte per mare

Bollati Boringhieri

Ware ware. Che in giapponese pare sia scritto così: 我々(spero che si veda)

È il termine giapponese per “noi“. Noi,  non io. Perché la voce narrante di questo (splendido) libro è plurale. La voce delle donne giapponesi partite su una nave, dirette verso la California dove le aspettavano i loro mariti già emigrati anni prima. Mariti mai visti se non in una fotografia, che spesso era quella di un amico più bello o presentabile, che accompagnava una lettera piene di colossali menzogne che, come da buona tradizione, descriveva un successo mai raggiunto e la promessa di una vita splendida che nulla aveva a che vedere con la realtà. In un paese diverso, un continente diverso, un mondo diverso e alieno per donne educate nelle complesse e rigide regole di vita del Sol Levante.

Capitolo dopo capitolo si alternano le frasi, le voci anonime di queste donne, delle loro storie uguali e diverse, mentre affrontano la loro nuova vita; il lungo viaggio sull’oceano, la delusione nel conoscere lo sposo, la rassegnazione o la disperazione per il lavoro massacrante,  la nascita dei figli, la vita con gli statunitensi, e poi Pearl Harbor. Quando da un giorno all’altro diventarono “il nemico” e furono portate assieme alle loro famiglie “altrove”,  in qualche posto sconosciuto lontano dalle città. In un campo di prigionia, insomma. Scomparendo in silenzio come in silenzio erano arrivate.

Chiude l’ultimo capitolo la voce di un altro “noi”, quello degli “occidentali” che le avevano conosciute e che finiscono col chiedersi dove sono finite, e che forse covano il germe di qualche imprecisato senso di colpa.

Difficile descriverlo senza diventare stupidamente retorici, già. Meglio un esempio, il capitolo sulla prima notte di nozze. Preso dall’e-book gratuito che la Feltrinelli (ma suppongo anche altri spacciatori di libri) mette a disposizione per “assaggiare” il libro.

Quella notte i nostri nuovi mariti ci presero in fretta. Ci presero con calma. Ci presero dolcemente, ma con decisione, e senza dire una parola. Sicuri che fossimo le vergini promesse dai sensali, ci presero con squisita premura. Adesso dimmi se ti fa male. Ci presero supine sul nudo pavimento del Minute Motel. Ci presero in una stanza di second’ordine del Kumamoto Inn, giù in centro. Ci presero nei migliori alberghi di San Francisco dove un giallo potesse mettere piede a quell’epoca. Il Kinokuniya Hotel. Il Mikado. L’Hotel Ogawa. Ci diedero per scontate, sicuri che avremmo fatto tutto quello che ci dicevano. Per favore, girati verso il muro e mettiti a quattro zampe. Ci presero per i gomiti e dissero piano: «È ora». Ci presero prima che fossimo pronte, e poi continuammo a sanguinare per tre giorni. Ci presero con i nostri kimono di seta bianca attorcigliati sopra la testa, e noi credemmo di morire. Pensavo che mi stesse soffocando. Ci presero con bramosia, con cupidigia, come se avessero aspettato di prenderci per mille anni più uno. Ci presero anche se avevamo ancora il mal di mare e il terreno non aveva smesso di oscillarci sotto i piedi. Ci presero con violenza, usando i pugni quando cercavamo di resistere. Ci presero anche se li mordevamo. Ci presero anche se li picchiavamo. Ci presero anche se li insultavamo – Vali meno del dito mignolo di tua madre – e gridavamo aiuto (non venne nessuno). Ci presero anche se ci prostravamo ai loro piedi e li imploravamo di aspettare. Non possiamo farlo domani? Ci presero di sorpresa, perché non tutte le nostre madri ci avevano spiegato in dettaglio cosa sarebbe accaduto quella notte. Avevo tredici anni e non avevo mai guardato un uomo negli occhi. Ci presero scusandosi per le loro mani ruvide e callose, e noi capimmo subito che erano contadini e non bancari. Ci presero con comodo, da dietro, mentre ci affacciavamo alla finestra per ammirare le luci della città sotto di noi. «Sei contenta adesso?» ci chiesero. Ci legarono e ci presero a faccia in giù su moquette logore che puzzavano di muffa ed escrementi di topo. Ci presero con frenesia, sopra lenzuola macchiate di giallo. Ci presero facilmente, e senza troppe cerimonie, perché alcune di noi erano già state prese molte volte. Ci presero da ubriachi. Ci presero bruscamente, precipitosamente, senza badare al nostro dolore. Credevo che mi sarebbe esploso l’utero. Ci presero anche se stringevamo le gambe e dicevamo: «No, ti prego». Ci presero con cautela, come se temessero di romperci. Sei così piccola. Ci presero freddamente, ma con abilità – Nel giro di venti secondi perderai completamente il controllo – e noi capimmo che c’erano state molte altre prima di noi. Ci presero mentre guardavamo il soffitto senza battere ciglio e aspettavamo che fosse tutto finito, senza renderci conto che era appena cominciato. Ci presero con l’aiuto dell’albergatore e di sua moglie, che ci immobilizzarono a terra per impedirci di scappare. Nessun uomo ti vorrà quando lui avrà finito. Ci presero come i nostri padri avevano preso le nostre madri ogni notte al villaggio, nell’unica stanza della capanna: inaspettatamente, senza preavviso, mentre scivolavamo nel sonno. Ci presero alla luce della lampada. Ci presero alla luce della luna. Ci presero al buio, e non riuscimmo a vedere niente. Ci presero in sei secondi e poi ci crollarono addosso con piccoli fremiti e sospiri, e noi pensammo, Tutto qui? Ci misero un’infinità di tempo, e noi capimmo che il dolore sarebbe durato settimane. Ci presero in ginocchio, mentre piangevamo aggrappate alla colonna del letto. Ci presero concentrandosi intensamente su una misteriosa macchia sulla parete che vedevano solo loro. Ci presero mormorando ripetutamente «Grazie» in un familiare dialetto di Tohoku che ci mise subito a nostro agio. Mi sembrava di sentire mio padre. Ci presero urlando in rozzi dialetti di Hiroshima che comprendevamo a malapena, e capimmo che avremmo trascorso il resto della nostra vita con un pescatore. Ci presero in piedi, davanti allo specchio, costringendoci a guardare il nostro riflesso. «Col tempo finirà per piacerti» ci dissero. Ci presero con garbo, per i polsi, e ci chiesero di non gridare. Ci presero con timidezza, e con grande difficoltà, mentre cercavano di capire cosa fare. «Scusa» dissero. E: «Questa sei tu?» Ci dissero: «Aiutami» e noi li aiutammo. Ci presero con grugniti. Ci presero con gemiti. Ci presero con urla e lunghi lamenti protratti. Ci presero pensando a un’altra donna – lo capimmo dal loro sguardo perso in lontananza – e poi ci maledissero quando non trovarono il nostro sangue sulle lenzuola. Ci presero con goffaggine, e noi non ci lasciammo più toccare per tre anni. Ci presero con una maestria che non avevamo mai conosciuto, e capimmo che li avremmo desiderati per sempre. Ci presero mentre gridavamo di piacere e poi ci coprivamo la bocca per la vergogna. Ci presero rapidamente, più volte e per tutta la notte, e il mattino dopo appartenevamo a loro.


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