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L’horror si addice ad Elettra

19 dicembre 12011

Una tre giorni o meglio tre sere di teatro. Che per un pedone senza patente come me, attraversare mezza città per tre volte di fila con i mezzi pubblici genovesi attuali equivale più o meno ad una Parigi-Dakar. Per dirne una, la sera di sabato per fare la dozzina di chilometri cittadini fra il teatro e casa mia ci ho messo oltre un paio d’ore, la maggior parte delle quali trascorsa in stoica attesa alle fermate.

Dopo due sere leggere di commedie divertenti ho voluto rischiare la sorte e cattivamente predisposto alla sofferenza sono andato a vedere l’Elektra di Hoffmansthal con Elisabetta Pozzi. Ammetto che ne avevo comunque già letto recensioni positive, tipo le due righe sul Linus di questo mese, quindi un minimo incoraggiato lo ero. E difatti.

Che la storia di Elettra non sia esattamente uno spettacolo di cabaret, beh, credo si sappia. E perché nessuno potesse aver dubbi in proposito, le scene erano un guazzabuglio non euclideo di scale, porte e pareti, una via di mezzo fra il dottor Caligari e Escher (quest’ultimo omnicitato nelle recensioni). Belle zozze di sangue e non solo, con un cesso alla turca che faceva capolino e del quale diverse personagge si sarebbero servite in un modo o nell’altro, predisponevano con successo ad un’oretta e mezza di cupa angoscia.

Angoscia piacevole, se mi si accetta l’ossimoro, perché le attrici (cast quasi totalmente muliebre) erano in gamba, e vederle girare fra quelle assurdità architettoniche ricalcando VERAMENTE le impossibili geometrie di Escher, faceva quasi divertire il matematico in me (che però non sorrideva in quanto compreso dalla tragicità del momento, sottolineata dagli atteggiamenti da alienate mentali del coro, in questo caso rappresentato da quattro o cinque serve che puliscono senza risultato le pareti imbrattate della reggia-manicomio mentre commentano gli avvenimenti)

Anche se non avessi letto l’imbeccata dalla recensione di Linus citata prima, penso che con tutta la mia ignoranza di letteratura britannica mi sarei accorto da solo delle “interpolazioni” del testo originale con l’Amleto di Shakespeare; e del resto il costume nero con calzoni maschili di Elettra dava pesanti suggerimenti in tale direzione (confesso che a un certo punto, quando Elettra-Amleto invita la sorella Crisotemide-Ofelia ad andare in convento, il matematico in me -e non solo lui- un sogghigno se lo è lasciato scappare)

Tutti in gamba, ovviamente brava la Pozzi che imbrattata di sangue ha esaltato il fanatico horror in me (sono grasso, “in me” c’è posto per diverse anormalità), ma se devo essere sincero ho apprezzato forse maggiormente la bieca Clitemnestra, rossa come la regina di Cuori e calva come un cenobita (ouh, su Shakespeare non sarò preparato ma su Alice e Hellraiser posso imbastire elmi di un quarto d’ora senza bisogno di preavviso) della quale cito il nome, googlato per l’occasione: Mariangela Granelli (che se in scena e truccata sembrava fisicamente e anagraficamente una Paola Borboni, si è rivelata agli applausi in realtà una giovine attrice, immagino con una voce meno infernale di quella usata nella parte)

Dubito, ahimé, che il pubblico della domenica pomeriggio (lo confesso, dopo le due sere precedenti ho ceduto ed ho voluto evitarmi almeno un viaggio notturno) composto perlopiù da traballanti vecchie carampane dalle gole irritate ed irritanti abbia apprezzato quanto me lo spettacolo.

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