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Letture – Storia naturale di una famiglia

25 agosto 12011

Storia naturale di una famigliaEster Armanino
Storia naturale
di una famiglia

Einaudi

Il mio quartiere fatto di platani panchine fontanelle e case grandi con le luci accese, le luci calde, le famiglie attorno alle menzogne apparecchiate sulla tavola, ha lasciato il posto alla stazione dei treni e il grande orologio tra le cariatidi di marmo. Le prostitute partivano per Voghera e i ragazzi di colore con le borse false nei sacchetti tornavano nelle case in subaffitto schierate sul porto turistico con l’acquario e i delfini dentro. Sotto il nastro d’asfalto della soprelevata, il mare grigio e le crociere fuori scala, le ciminiere e la Lanterna mi sono sembrati giocattoli. E così i grattacieli bassi, i palazzi popolari, il torrente e l’acqua che scorreva sembrando immobile. Uno stormo di gabbiani ritornava dalla discarica con la pancia piena, un grande polmone bianco che si apriva e chiudeva sopra il cuore dell’acciaieria di Cornigliano, i ventricoli e le valvole pronti alla dismissione. Una distesa di ruggine sulla terra ormai rossa. Una svolta nel nulla. Una banchina che gocciolava. Un ragazzo con la bomboletta spray che fuggiva via.

Non ne esce troppo bene forse, la mia vecchia Zena, da questa descrizione; in particolare le mie povere terre di ponente, effettivamente segnate dalle acciaierie ora quasi chiuse e dalla discarica nascosta meta di gabbiani pasciuti. C’è da dire che il brano è visto con gli occhi di una ragazza genovese “bene” (e, mi sa, scritto con le dita di una ragazza di altrettanto borghesi origini), della Genova di circovallazione, che difficilmente si sarebbe recata nel near west oltre la Lanterna a meno che, come in questo caso, non si fosse lasciata trasportare dagli itinerari delle linee cittadine fuggendo una dolorosa rivelazione.

Opera prima (della ragazza “bene” testé bonariamente canzonata) dalla storia esile, quasi banale e inesistente, ma dallo stile molto attraente, non troppo scarno ma nemmen troppo arzigogolato, a suo modo poetico.

“Quasi” un romanzo di formazione, di presa di coscienza del mondo di una ragazza cresciuta nell’ambiente elegante, a suo modo ovattato e un po’ finto delle famiglie benestanti genovesi scritto in brevi capitoli di una o due pagine, piccole istantanee che descrivono con il ricorso a paragoni entomologici (e forse sono più “acquarelli” che “istantanee”, come le illustrazioni animalistiche di un tempo) ipocrisie apparentemente innocue e drammi sotterranei nascosti, con affetti che resistono “nonostante tutto” (e anche con non troppo infantili gelosie, come quella per la cugina modella: “La cugina provava tacchi a spillo, la madre sollevava padelle antiaderenti, il fratello guardava il sedere della cugina” Sì, è anche spiritosa, la ragazzina  🙂  )

“Quasi” un romanzo di formazione, perché in fondo si interrompe alla prima “crescita”, al primo passaggio importante, o come viene descritto nel libro, la prima “muta” (sempre in senso entomologico) della protagonista.

Mi sarebbe piaciuto che la storia proseguisse, che il racconto continuasse con lo stesso stile anche nelle dimensioni “tomistiche” di un mattonazzo ottocentesco. Ma l’autrice, accidenti a lei per diverse invidie, ha SOLO 28 anni e immagino non abbastanza materiale per un corposo volume. E a ben pensare, trovo in realtà che la parte migliore del libro sia la prima, la parte preadolescenziale della protagonista, quindi va bene così.

Autrice da tenere presente per il futuro, mi sa. (Immagino sarebbe contenta e concorderebbe con me anche la libraia che approvò il mio acquisto un paio di settimane fa)

Ok, lo ammetto, anche l’insettone in copertina ha influenzato, seppur non definitivamente la scelta del libro (in realtà la decisione l’ho presa dopo aver, come faccio di solito, assaggiato le prime pagine vagando fra gli scaffali della libreria)


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