Skip to content

Il gran Khan

24 agosto 12011

“All’epoca dei fatti”, come si dice, sono rimasto per lungo tempo indeciso sul cosa pensare a proposito del delitto di Cogne, nonostante e forse proprio a causa di tutto il bombardamento di ipotesi che si scatenarono. Ma mi sono immediatamente convinto (ascoltando le interiora e non i neuroni, lo ammetto) che la Franzoni fosse colpevole il giorno che scelse come difensore un avvocato della cricca forzitaliota: la probabilità che Taormina potesse difendere un innocente era al di là delle mie capacità di pensiero democratico.

Con la stessa visceralità suffragata da zero prove, mi pongo adesso di fronte al caso Strauss-Khan (DSK, come lo indicano al di là di Ventimiglia, dove le abbreviazioni hanno un richiamo irresistibile, maxime gli acronimi di tre lettere per le “personalità”)

Finora, potevo anche considerare plausibile l’ipotesi che DSK, accusato di violenza sessuale ai danni di una cameriera d’albergo, fosse stato incastrato vuoi da un qualche complotto politico, vuoi da qualche immigrata desiderosa di riscatto e/o notorietà.

Ma la recente decisione del giudice statunitense che ha respinto le accuse a carico del politico francese, chiudendo di fatto il processo (penale: c’è ancora una causa civile in corso) ha scatenato il partigiano decerebrato in me, portandomi alla convinzione cieca, pronta e assoluta che il francese è un vecchio porco maniaco che considera le donne allo stesso modo del nostro purtroppo premier, e che in quella stanza d’albergo ha approfittato di una cameriera pensando di farla franca. E non solo perché DSK ha una faccia da cazzo da ricco strafottente che verrebbe voglia di grattuggiargli il muso sulla carta vetro (non quella fina, che ci si stanca il braccio); non solo perché in questi mesi sono emerse altre accuse e rivelazioni delle “scappatelle” dell’ex direttore del Fondo Monetario Internazionale nonché possibile candidato socialista per le prossime presidenziali francesi; ma anche per la motivazione che in pratica ha permesso di al tribunale di New York di concludere la pratica: l’accusante, ovvero la cameriera ha un passato tutt’altro che cristallino, ha già mentito in altre occasioni, QUINDI non si può crederle questa volta.

Un copione già visto, la simpatica domanda “ma siamo sicuri che lei non fosse consenziente?” utilizzata con successo in mille altri casi.

A me queste cose mandano il sangue alla testa, e come si nota mi fanno dire e scrivere cose che poco si confanno ad un senziente democratico che tenta di essere non violento. Per cui meglio che mi taccia, e lasci la parola all’articolo di Ida Dominjanni sul manifesto di oggi. Mi auguro solo che i socialisti francesi abbiano il pudore di non portare il maniaco mandrillo alle presidenziali.

NEW YORK · Il giudice accoglie le richieste del procuratore e respinge tutte le accuse

L’«innocente» Strauss-Khan

Un enorme abbaglio aveva portato il 15 maggio scorso la polizia di New York ad ammanettare su un aereo già pronto al decollo uno degli uomini più potenti del mondo, il presidente dell’Fmi Dominique Strauss Khan, con l’accusa di aver sodomizzato una cameriera africana, nera e immigrata al Sofitel di Manhattan. Fu tutto un effetto speciale da fiction di serie b, con il plot che ora si rovescia nell’happy end: lui vittima, lei imputata; lui innocente, lei colpevole; lui rispettabile, lei non credibile; lui libero nella sua corsa all’Eliseo, lei vada al diavolo.

Fu un enorme abbaglio, anzi un complotto, come la sinistra perbene francese sentenziò fin da subito e lo stesso Strauss Khan aveva profetizzato scherzando col fuoco della sua «passione per le donne», anzi un’americanata spettacolare con i media di tutto il mondo al seguito, come subito si affannarono a dire i soliti difensori della privacy perduta degli uomini potenti. Una cameriera che entra in una suite lussuosa senza neanche chiedere permesso, il presidente dell’Fmi che spunta nudo dal bagno, la violenta in 9minuti, si riveste e s’infila in un taxi per l’aeroporto: come si poteva credere a questa storia? Il procuratore Vance, che all’inizio ci credette, a un certo punto è tornato in sé: che sia o no credibile la storia, è la donna che la racconta a non essere credibile. Le è già capitato di mentire, ergo mente anche stavolta. Non fu violentata, era consenziente. Il caso è archiviato, su richiesta della procura e per decisione della corte. Ma non è chiuso.

Non solo per la difesa di Nafissatu Diallo, che sporge ricorso, urla contro la trasformazione della vittima in imputata, snocciola una a una la «montagna di prove fisiche» che attestano lo stupro, contesta la risibile ipotesi che in 9 minuti un signore possa sedurre una sconosciuta e convincerla ad avere con lui un «rapporto consenziente». Non è chiuso, il caso, politicamente: anzi si riapre. Su due fronti.

Primo fronte. La costruzione della non-credibilità delle vittime di violenza sessuale, antichissima arma in mano agli stupratori d’ogni risma e ai loro difensori, è diventata l’ultima trincea della lotta degli uomini potenti contro qualsiasi donna in grado di testimoniare i loro abusi sessuali, che si tratti di stupro o di bunga bunga, di reati penalmente perseguibili o di perversioni penalmente inattaccabili. Ne sappiamo qualcosa dal Berlusconi-gate, in cui a nessuna delle testimoni coinvolte è stata risparmiata la presunzione di inaffidabilità, instabilità, labilità, ars manipolatoria e quant’altro. Siccome le donne parlano e non tacciono più, e siccome non le si può zittire o internare come si faceva un tempo, le si bolla come non-credibili. E’ una violenza pari a quella dello stupro, perché non meno dello stupro punta a colpirne l’esistenza, il senso di sé, la sicurezza, l’autostima. Ma chi decide, e come, la credibilità di una donna? La parola di una donna nera, immigrata, socialmente disagiata, viene valutata con gli stessi criteri di quella di un uomo bianco, potente, ricco, prestigioso con al fianco una moglie bianca, potente, ricca e prestigiosa come Anne Sinclair, che non esce da questa vicenda meglio di suo marito? Una donna che abbiamentito sulla sua vita passata, è perciò stesso una mentitrice quando accusa un uomo di averla stuprata? Per essere credibile, una donna deve essere irreprensibile? E perché la condizione dell’irreprensibilità scatta solo per le donne, in una sfera pubblica in cui gli uomini, e in specie gli uomini di potere, dicono e si contraddicono col plauso del pubblico? Quanto possono le disparità di potere contro le premesse e le promesse egualitarie della legalità democratica e del garantismo giuridico?

Secondo fronte. L’automatismo con cui, archiviato il caso penale, viene data per riaperta la carriera politica di Strauss Khan è, questo sì, incredibile. Come altri re, anche questo è ormai nudo. Altre testimoni – anche loro inattendibili? – ne hanno smascherato abitudini e ossessioni nel rapporto con l’altro sesso. E quel che resta della sinistra francese avrà pure qualcosa da dire e da ridire sullo stile «di classe» del suo modo di stare al mondo, quantomai esibito e fatto valere dal 15 maggio in poi fra domicili lussuosi e menu esclusivi. Né è dal sostegno di un uomo siffatto che le altre due candidate socialiste all’Eliseo possono aspettarsi dei vantaggi. La politica ha ancora delle ragioni che una corte di giustizia non conosce.

Advertisements
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: