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Letture – Confessione

11 agosto 12011

ConfessioneKanae Minato
Confessione

Giano

Chi ha terminato di bere il latte riponga la confezione nella casella personale contrassegnata dal numero di matricola e ritorni al proprio posto. Bene, a quanto pare avete già finito tutti. Qualcuno non ne poteva più, vero? Tranquilli, oggi è l’ultimo giorno di scuola e il nostro Milk Time quotidiano si conclude qui. Grazie a tutti per la collaborazione…

Un banco di scuola, vuoto. Quasi uguale all’edizione originale giapponese nella quale il banco è visto di fronte, mentre sulla copertina italiana è di profilo; curiosamente in entrambi i casi sembra l’immagine di un’assonometria perfetta e, sarà un’idea mia, è più “azzeccata” la versione nostrana, mi sembra renda meglio l’idea della “assenza”.

Hm. Meglio mi dia una regolata, se scrivo già un pippozzo del genere solo per l’immagine di copertina, sai che zebedei.

La genesi del romanzo è interessante. Prima nasce il primo capitolo (detta così può sembrare un’ovvietà, anche se non lo è) presentato con successo come racconto (“La sacerdotessa”), e come opera esordiente vince già un premio del mistery nipponico. L’autrice prosegue poi trasformando il racconto in romanzo, non “allungando il brodo” come spesso accade, ma “lasciando andare avanti” la storia. (che già ricordo il mezzo scempio del racconto-poi-romanzo-poi-film di fantascienza “Fiori per Algernon”, che per inciso ha i miei stessi anni… Hm. Sto divagando. Riprendo le fila)

Una classe di scuola giapponese, studenti in quell’età balorda intorno ai quattordici-quindici anni. L’insegnante di scienze, una donna sola, saluta i suoi alunni e l’insegnamento con un lungo e gelido discorso: come i ragazzi già sanno, sua figlia, una bambina di pochi anni, è morta pochi mesi prima per un incidente, affogata nella piscina della scuola. E questo è, in parte, il motivo del suo abbandono. Prima di andarsene però, vuol rivelare ai ragazzi la verità: la bambina non è morta accidentalmente, «è stata uccisa da qualcuno di voi»

Due studenti, la cui identità viene nascosta dietro gli “pseudonimi” A e B ma che dal racconto sono immediatamente riconosciuti da tutti i compagni di classe, sono gli assassini. L’insegnante, glaciale, spiega come da alcuni indizi sia riuscita a scoprire la verità e di come abbia pure incontrato, separatamente, i due complici per avere conferma dei propri sospetti. Rivela anche che non intende denunciarli. Ma vuole vendicarsi. Anzi, lo ha già fatto. Mettendo in opera una vendetta crudele, fredda e spietata e per così dire “a lunga scadenza” che condannerà i due colpevoli ad un destino letale ma ineluttabile, dando loro il tempo di meditare a lungo sulla propria colpa.

La dinamica dell’omicidio, come pure quella della micidiale vendetta, viene lasciata al piacere del lettore. E questo è solo il primo capitolo, il racconto iniziale. La storia prosegue, con altri “monologhi”. Una delle studentesse, che nonostante l’aberrante rivelazione finisce col legarsi ad uno dei due ragazzi, scrive una lettera all’ormai ex-insegnante raccontandole “cosa è successo in seguito”, ovvero di come un nuovo giovane professore troppo sicuro di sé e dei propri metodi e ignaro del dramma consumatosi abbia contibuito a peggiorare la situazione; il diario della madre iperprotettiva di uno dei due omicidi ci fornisce un differente (e deviato) punto di vista, fino al consumarsi di un altro dei tanti drammi innescati dalla “rivelazione” iniziale; fino al diario finale del più “intelligente” dei due assassini che medita ed elabora un’ultima micidiale vendetta. E non finisce qui…

Storia terribile, dove a colpire non è solo la vendetta dell’insegnante, ora condivisibile ora agghiacciante. Raggelanti allo stesso modo sono le reazioni dei ragazzi, delle famiglie, le rivelazioni delle storie personali nascoste e a loro modo forse tristemente universali: una madre accecata dal desiderio di proteggere, un’altra che invece sfoga sul figlio la frustrazione per aver sacrificato una promettente carriera; scontato il classico bullismo dei ragazzi, in questo caso esasperato da un distorto senso di giustizia, che porta ad isolare ed angariare uno dei due colpevoli; e ancora tutti i classici problemi dell’adolescenza, il risentimento, il desiderio di essere notato, un amore frustrato…

Ok, per età e geografia io parto già distante anni luce dai personaggi del racconto, è vero, ma i ragazzi di quella classe mi davano una sensazione spiazzante di qualcosa di estraneo, quasi alieno. E non si tratta di cose tipo otaku o morbosità hentai. Parlo del distacco, della freddezza di certi comportamenti (Hm. Lo so, rischio di banalizzare pericolosamente, di finire nel “questi giovani senza ideali e senza speranze”, quindi smetto)

Bello, originale, spiazzante dicevo. Tutt’altro che rassicurante, alla fine non è neanche ben chiaro “dalla parte di chi” si voglia eventualmente stare, e il finale è ben lontano dall’happy end, e anche da certi finali “oscuri” ma comunque semi-morali e quasi consolatori (alla Dylan Dog, per intenderci), si rimane di nuovo annichiliti…

Avvincente, comunque. Quasi ovunque, almeno. Se il racconto-capitolo iniziale brilla effettivamente di maggiore luce, tanto da valere da solo la lettura, forse nel resto del libro quache attimo di “stanchezza” può anche prendere, e un paio di “dinamiche” della storia mi sono sembrate appena appena un po’ meno convincenti. Senza nulla togliere.

Confession

Mi verrebbe quasi da dire, al proposito, che questo è forse uno dei rari casi nei quali il film eguaglia se non addirittura supera il libro da cui è stato tratto. No, non l’ho visto al cinema, l’ho trovato usato su Amazon e l’ho preso per il prezzo di uno spettacolo al multisala. (Belin, un po’ di paniere ogni tanto me lo si conceda.)

Ammetto che conoscere la storia mi ha aiutato non poco. Non solo perché il DVD era in giapponese con sottotitoli inglesi, e quindi bisognava stare attenti, ma perché la notevole ed interessante regia (di Takako Matsu o Matsu Takako, accidenti al Sol Levante, quando qualcuno capisce qual è il nome e quale il cognome per favore mi avverta – vedi nota sotto) e soprattutto il montaggio un po’ sincopato non permettono di distrarsi un attimo. E devo dire che le poche pecche “dinamiche” alle quali accennavo sono state eliminate nella pellicola con minime modifiche.

Fra l’altro, per quanto ormai cosmopolita e globalizzato come (erroneamente) mi ritenevo, nel leggere il romanzo immaginavo i ragazzi in classe vestiti bene o male come quelli che si vedono nelle nostre scuole. Avevo dimenticato che gli studenti giapponesi a scuola indossano una sorta di uniforme, mooolto “uniforme”, roba da collegio inglese, altro che i jeans e le magliette, tutti e tutte con completo blu spersonalizzante, calzoni lunghi e cravatta, gonnellino e calzettoni, a seconda delle necessità. Il che durante la visione del film ha senza dubbio contribuito ad acuire lo “straniamento” al quale accennavo prima (okappa, sotto sotto sono ancora un occidentale sciovinista, me ne devo fare una ragione… 😉 )

Errata Corrige: mi è stato fatto notare che oltre a non capire un umeboshi dei nomi giapponesi, non sono neanche capace di leggere le copertine dei DVD: il regista del film si chiama Tetsuya Nakashima, Takako Matsu è la (brava) attrice che interpreta il ruolo dell’insegnante.

Mi sa che passerà del tempo prima che mi vedano a Tokyo. 😯

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