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Dieci anni son passati

20 luglio 12011

All’epoca lavoravo in un quartiere di quelli che si sapeva sarebbero stati attraversati dai cortei, zona di appartamenti costosissimi (bazzicava allora per quelle strade anche quella cosa viscida chiamata Baget Bozzo, sit ei terra gravis) abitata in genere da vecchi rincoglioniti e decrepiti che non escono mai di casa e frequentata durante il giorno dalle badanti di varia nazionalità e la sera da travestiti altrettanto cosmopoliti. Nei giorni precedenti il G8 i commercianti della zona, dove le fettine di vitellone e le acciughe venivano esposte in quantità limitata e con prezzi da gioielleria, prepararono barricate e portoni difensivi in legno come per l’arrivo di un tifone. Nel centro cittadino si stava compiendo lo scempio della zona rossa, con un muro di transenne e griglie metalliche degno dei migliori ricordi bellici, e la frase “neanche coi tedeschi” ritornava spesso nei discorsi al mercato. Aspettavamo i barbari, annunciati dai media nazionali e locali che facevano a gara ad alimentare il panico cittadino.

Poi si cominciò, con il Putrido Nano, le sue mutande proibite e i limoni attaccati con lo spago; o con il neofascista in doppiopetto, ancora lontano dal divenire per insufficienza di prove un simbolo di riscossa democratica, che tramava nel silenzio della questura deciso a far scontare una volta per tutte alla mia città “rossa” l’affronto di quel lontano 30 giugno.

Io, per fortuna e purtroppo, chissà, c’ero e non c’ero. Costretto da problemi familiari ad una sorta di arresto domiciliare, non potei partecipare a nessuna delle manifestazioni di quei giorni di luglio, nemmeno il divertente e colorato corteo dei migranti ai quali le vecchiette gettavano l’acqua dalle finestre coi catini per rinfrescarli in quel torrido ed assolato pomeriggio. Momento splendido che fu subito dimenticato.

Guardavo le dirette delle televisioni locali. Soprattutto in quel maledetto 20 luglio, quando le bestie furono lasciate libere di distruggere le strade. Non so quante telefonate, per lo più a vuoto, figuriamoci, feci quel giorno per contattare amici che sapevo abitare nei dintorni di quelle vie massacrate o che fino a poche ore prima avevo quasi invidiato perché erano in uno di quei cortei pacifici, quelli sui quali le altre bestie, quelle in uniforme, stavano sfogando una violenza da animali rabbiosi.

Alla fine la notizia, non ricordo dove la sentii per la prima volta; forse da quella giovane giornalista ligure, allora con gli occhiali, che cominciava proprio in quei giorni la sua rampante e sanguinaria carriera mediatica che l’avrebbe portata nei canali nazionali, dall’insetto di Rai1 alle baldracche sorridenti di Canale5, a disquisire di nera e di serial killer.

Non vorrei dire una baggianata, ma mi pare proprio che le prime frammentarie notizie, giusto per la correttezza dell’informazione, cercarono di far passare l’idea che quel ragazzo in passamontagna era stato ucciso dagli altri manifestanti. Ma forse è un mio falso ricordo.

Non voglio dire che pensai da subito che fosse un martire o un santo, quel ragazzo che in tutte le foto veniva mostrato con l’estintore pronto al lancio, stigmatizzato nel suo “evidente” delitto; ma nemmeno per un secondo mi sono accodato al coro delle più schifose persone “per bene” che stemperavano la loro pietà farisea in un nauseante “però se l’è cercata”.

Anzi, col passare degli anni, con l’accumularsi di quell’età che dovrebbe condurre con la saggezza a più miti consigli mi sono ritrovato giorno dopo giorno più fazioso.

Perché, che mi si creda o no, quello che ho pensato fin dal primo momento fu che in quelle condizioni probabilmente anch’io mi sarei incazzato come una bestia, perdendo il lume della ragione, e sì, penso che trovandomi al posto di Carlo Giuliani forse anch’io avrei sollevato l’estintore cercando di restituirlo in faccia a quella camionetta di sbirri che me l’aveva tirato.

Per cui, rivolgo per l’ennesima volta il mio cordiale invito ad andarsela a prendere nel culo (a condizione che la cosa non faccia loro piacere) a tutte le persone moderate, quelli “piddini dentro”, quelli che quando c’è da scegliere fra due opposte fazioni si chiamano sempre fuori o scelgono l’equidistanza cerchiobottista, quelli che pensavano e pensano che Carlo Giuliani fosse solo un teppistello,  i quaqquaraqquà, coloro che non protestano e non protesteranno mai per codardia e menefreghismo, e soprattutto quelli che hanno trovato uno splendido mantra difensivo delle proprie false e vigliacche ragioni altrimenti indifendibili in quell’orrenda frase “beh, però lui c’era andato col passamontagna”. Non ho parole per disprezzarli come meritano.

NdA: lo so, è un brano scritto di getto con le viscere e non con il cervello, al massimo usando la memoria presbite del vecchio, probabilmente è pieno di errori di sintassi  e  la consecutio zoppica un po’, ma soprattutto è sicuramente indegno di una persona matura e sinceramente democratica e pacifista.

È vero.

E me ne batto il belino.

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4 commenti leave one →
  1. Anonimo permalink
    21 luglio 12011 08:52

    Sarà perchè ” è un brano scritto di getto con le viscere e non con il cervello, al massimo usando la memoria presbite del vecchio………….” come dici tu, ma è una delle cose scritte da te che ho apprezzato di più, grazie! Mi è piaciuto tanto che copierò il tutto per incollarlo su FB!

  2. Anonimo permalink
    21 luglio 12011 11:10

    …hai fatto bene a puntualizzare il particolare dell’estintore restituito al mittente…ricordo con certezza che i primi giorni una RAI aveva per sbaglio mandato in onda non ricordo se la sequenza o il filmato del lancio da parte dei poliziotti…poi è sparito, circolando voce che il povero Giuliani avesse di proposito cercato un estintore da lanciare….o chissà….magari portandoselo da casa….

  3. 21 luglio 12011 11:16

    sì, assieme al passamontagna è uno dei gadget che vengono utilizzati spesso per stigmatizzare le colpe di Carlo: guarda lì, dice di essere pacifista e poi tira un estintore!!!

    infatti, qui a genova c’è sempre stato pieno di estintori per strada, è risaputo che siamo all’avanguardia per la sicurezza…

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  1. Un pomeriggio di luglio « I Sogni Ferrosi

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