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¡Buena suerte, Presidenta!

19 maggio 12011

Appuntamento annuale, un sabato al Salone del Libro di Torino. Sperando inutilmente, tutte le volte, di riuscire a spendere un po’ meno di un califfo e di tornare a casa con un numero di libri inferiore alla decina. Speranze entrambe regolarmente disilluse.

Per provare (inutilmente, l’ho già detto?) a calmierare il salasso finanziario giro fra gli ennemila dibattiti, presentazioni, interviste che contribuiscono sensibilmente all’entropia sonora degli stand. Neanche provo ad avvicinarmi all’evento clou della mattinata, segnalato da una coda in attesa degna dei migliori concerti: il buon vecchio Odifreddi che parla della sua ultima opera “Caro Papa, ti scrivo”. Pazienza. Tanto sarei d’accordo con lui sulla fiducia.

Il caso mi porta (un accidente, lo avevo notato nell’elenco degli eventi e con l’aiuto della mappa l’ho cercato come un segugio) nei pressi di uno Spazio Autori dove, dopo aver seguito le ultime battute su un libro relativo a “fede e dissenso nella Cuba di oggi” (passabile e blandamente interessante, ma uno degli autori è pure giornalista all’Avvenire e per oggi almeno questo volume dal vago puzzo di acquasanta non finirà nei miei scaffali) mi piazzo in ottima posizione per ascoltare una minuta donnina spagnola: Pilar del Río, vedova di José Saramago. Parlerà del libro di Baptista Bastos, pubblicato in Portogallo diversi anni addietro ma tradotto solo in questi giorni in italiano: “José Saramago un ritratto appassionante”. In pratica una lunga intervista-dialogo fra due scrittori portoghesi entrambi orgogliosamente di sinistra (ma quella vera) e con una bella scorta di anni sulle spalle. La prefazione italiana del libro è appunto di Doña Pilar. O meglio della Presidenta Pilar del Río: nominata alla presidenza della Fondazione Saramago, ne assunse l’incarico pretendendo la femminilizzazione iperforzata del titolo perché, dice, un simile ruolo per una donna in pratica non è mai esistito e siccome le parole sono importanti, per un nuovo ruolo occorre una parola nuova che lo indichi. Anche se il mio senso di purista, forse di matematico più che di grammatico, mi ha sempre portato a considerare “presidente” un participio ambigenere, cedo volentieri alla forzatura e mi adeguo.

Donna interessante e affascinante, la presidenta. Certo, l’addio al marito, avvenuto neanche un anno fa, pesa ancora. Ma riesce perfettamente ad intrattenere e magnetizzare il pubblico parlando di Saramago con un entusiasmo da groupie ma mai fastidioso. Raccontando ad esempio di come il Nobel ultraottantenne, ben lontano dal voler sentire il grattare della piuma d’oca sul foglio, scrivesse sempre con il PC (“possibilmente uno degli ultimi modelli”, rivela alzando gli occhi al cielo sorridendo, ed è facile immaginare quali elevati capricci intellettuali dello scrittore le tornino alla memoria) o confessando, sempre con un sorriso, quanto a Saramago siano sempre piaciute le donne e di come (e nel dirlo ha un movimento del capo e degli occhi verso l’alto che non mi vergogno a definire “adorabile”) abbia sempre dimostrato uno splendido buon gusto in campo femminile. Non sarà un caso se a questa coppia anomala di sposi sia stato dedicato un intero film-reportage, “José e Pilar”, prodotto fra gli altri da Almodóvar.

Solo in un’occasione il sorriso dolce e melanconico le sparisce dal volto, e gli scuri occhi di donna andalusa si induriscono come sassi: quando ricorda il repellente articolo con il quale l’Osservatore Romano accompagnò la notizia della morte di Saramago; un brano stracolmo di odio e privo di qualsiasi pietà cristiana, quale l’ateo Saramago non avrebbe mai scritto in nessun caso, nemmeno per narrare il trapasso di un papa più simoniaco e puttaniere del Borgia.

Applausi a scena aperta, e non sono stati certo gli unici.

Quando le faccio firmare la mia copia del libro (in fondo sono un po’ groupie anch’io…), per salutarla mi scappa un “Buena suerte, presidenta” che nonostante la stanchezza della giornata mostra di apprezzare.

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