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In partibus (quasi)fidelium

17 aprile 12011

piazza Prampolini, Reggio Emilia

Che già nasceva come tutt’altro che una giornata ideale: un anniversario (novantennio) familiare che mi feriva il cuore; un periodo sensibilmente critico per il mio sistema nervoso, tanto per motivi nazionali e internazionali di politica quanto per questioni sindacali e di lavoro banalmente private; mettici una spruzzata di cambio di stagione e un minimo di tardivi strascichi dell’ora legale, insomma, era un sabato che avrei fatto meglio a non alzarmi neanche dal letto.

Invece, vuoi per cercare di reagire alle tentazioni oblomoviane, vuoi perché ormai avevo comprato i biglietti del treno e pur sempre genovese sono, eccomi in viaggio verso Reggio Emilia, per una delle mie solite fughe di un giorno dall’ozioso alibi culturale. Una mostra di De Chirico era stavolta la scusa ufficiale.

Pur non godendomi appieno e quanto avrebbe meritato il centro storico di Reggio pavesato di bandiere risorgimentali (col tricolore ci marciano e mica poco, da queste parti, figurati quest’anno con i famosi 150…) sia per i motivi depressogeni anzidetti sia per la spiacevole riscoperta -non è la prima volta che ci casco- di un qualche ignoto endemismo vegetale emiliano la cui fioritura in aprile inoltrato è sempre per me fonte di pianti sofferti ed allergici, dopo la visita alla mostra vagavo tranquillamente fra i bei palazzi antichi dai mattoni rossi e dalle massicce basi degne di una fortezza dove i ponteggi, fioriti rigogliosi qua e là fra gli edifici, mi facevano pensare che una mia amica restauratrice si sarebbe trovata a suo agio in questi vicoli come un topo nel formaggio. (parmigiano reggiano, ovviamente)

In pieno sabato mattina, alternavo passaggi fra la caotica e lunghissima via dello struscio (che poi altro non era che il locale tratto della via Emilia di latina e gucciniana memoria) e le silenziose e tranquille vie secondarie dagli edifici rossi ora citate, riuscendo persino a (quasi) rilassarmi. Un po’ più tranquillo di come ero arrivato, mi diressi quindi a pranzare in un locale sotto i portici che non minacciava troppi salassi al portafoglio, al contrario di un paio di trattorie “tipiche” dalle targhe in ottone e dal menù con prezzi di gioielleria che avevo costeggiato in precedenza.

Nella sala, oltre a qualche giovine famiglia con figli prescolari al seguito e un paio di coppiette d’ordinanza, una tavolata di una quindicina di persone. Una strana sensazione, non capivo ancora bene perché, ma il mio senso di ragno pizzicava. Poi, compresi.

La comitiva non aveva un capotavola, ma in mezzo a loro svettava un ben piantato sacerdote ad occhio cinquanta-sessantenne il cui colletto bianco era sfuggito alla mia osservazione, nascosto dalla rebecca blu scuro. Accanto e nelle immediate vicinanze un paio di beghine, una come ci si può immaginare decisamente poco graziosa ad essere gentili (e dai gusti irrimediabilmente discutibili, visto che pasteggiava a Fanta lemon) l’altra grassottella e dall’aspetto sciapo il cui stereotipo rispettato veniva sottolineato anche dalla collana di grosse perle, vere o finte che fossero, e dalla spilla rétro. In fondo alla tavola, con occhiali a fondo di bottiglia, pochi capelli in testa e una giacca blu che nonostante la temperatura del locale non si era tolto neanche per mangiare, un altro stereotipo incarnato, che definii fra me e me “il sacrestano”, sorridente dietro le spesse lenti.

Non so se fu la presenza del gruppo credino ad innervosirmi o, peggio ancora, l’immagine del pugliese fascista Pio da Montalcina appesa su una parete che scoprii durante il piatto di verdure grigliate, resta il fatto che riuscii a rovesciare sulla tovaglia un intero bicchiere di vino, per incredibile fortuna senza conseguenze per il mio abbigliamento. La cosa non parve sconvolgere troppo i camerieri che mi consolarono con un “tanto le cambiamo sempre da un cliente all’altro e le buttiamo in lavanderia” e continuarono a servire la gita parrocchiale. Dove, mentre il sacrestano senza troppi problemi per alito e digestione si buttava su una pizza di delicata fattura definita dal cameriere “cipolle e salsiccia”, al reverendo venivano serviti dei tortelli al gorgonzola, sui quali si gettava immediatamente riuscendo ad inforchettare il primo ed infilarselo nelle fauci quasi prima che il piatto toccasse la tavola (giuro, ci voleva il fotofinish); immediatamente redarguito -benevolmente, per carità, ci mancherebbe- dalla beghina incollanata che gli sussurrò qualcosa evidentemente relativo alla preghiera prima del pasto: al che, con evidente malavoglia il prete, imitato dai vicini, si fece il segno della croce e riprese subito in mano la forchetta, zittendo la commensale che già stava tornando all’attacco con una frase che a lettura labiale mi parve essere “No, non serve, basta segnarsi” e dedicando tutta la sua attenzione ai tortelli a rischio raffreddamento.

Del resto me l’ero involontariamente cercata: anche se a Reggio in quegli stessi giorni Micromega aveva indetto una tre giorni di conferenze-dibatitto sulla laicità, per le strade reggiane era facile imbattersi in gruppi di turisti odorosi di santità (ah, vuoi vedere che stavolta la mia allergia non era dovuta all’endemismo emiliano?) ivi giunti per una serata di musica collegata alle celebrazioni del “Giubileo della basilica”. Per la bisogna un gruppo di giovani stava allestendo sulla piazza (Prampolini, ma non il futurista; si tratta per fortuna del socialista: va bene la basilica, me sempre nell’Emilia rossa siamo!) il palco in tubi Innocenti. (essendo una celebrazione di stampo religioso, la scelta dei tubi innocenti mi sembrava oltremodo azzeccata)

Mentre vagavo anch’io per la piazza, un paio di ragazzine in giustificata (dall’età) tempesta ormonale passarono accanto al palco. Sentii la prima dire all’altra “Hai visto che fico il biondo?” Dovevo ammettere che uno dei volonterosi volontari mostrava sotto la t-shirt tutti i numeri muscolari per attrarre l’attenzione e gli interessi muliebri. La seconda, dopo un rapido esame, bocciava la tentazione “Ma vai, non vedi che faccia da scemo di chiesa?” Avrei voluto adottarla e nominarla mia erede universale.


Nota a pie’ di pagina: per chi se lo chiedesse, la misteriosa
rebecca che occultava il colletto sacerdotale altro non è che la giacchetta di lana, il golfino, insomma quella roba leggera coi bottoni.
Il termine genovese mi sembra sembre il più adatto. Per non dire che quasi non so come si dica in italiano. E chi mi dice che
cardigan è italiano, ci tiro un tubo Innocenti, ci tiro 🙂

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