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Letture – Due colonne taglio basso

12 ottobre 12010

Due colonne taglio bassoFederica Sgaggio
Due colonne taglio basso

Sironi

Masticava una gomma con nervosa indolenza e si guardava intorno.
Ma non riusciva proprio a vederlo. Va bene che, con tutta la personalità che aveva, quello era un tipo che tendeva a mimetizzarsi con lo sfondo, ma almeno quella sua vocina avrebbe dovuto sentirla, da qualche parte. A ogni torsione del collo, a ogni passo che muoveva per cercarlo nelle stanze e nei corridoi e nelle salette si irrigidiva sempre di più.

 

Con la mia solita e somma incoerenza, benché pacifista e poco tifoso dell’Impero, sono spettatore abbastanza fedele di NCIS, una delle serie di telefilm più filoUSA e militariste del palinsesto, che immagino piaccia al nostro postfascista Ministro della Guerra (oh, pardon, è vero, si chiama ancora Difesa). Che però è un fumettone abbastanza divertente (mi riferisco ad NCIS, non al ministro Ignazio)

Caratteristica del telefilm, ogni sequenza è preceduta da un breve e veloce flash in bianco e nero che presenta in anticipo quale sarà la scena finale della sequenza stessa (in genere, il volto intenso-stupito-crucciato di uno dei protagonisti di fronte ad un colpo di scena)

Nel romanzo Due colonne taglio basso che ho appena letto, con analogo gioco “di montaggio” ogni capitolo del libro viene identificato dalle ultime parole del capitolo stesso. E come nel caso del telefilm, anche in questo caso le parole talvolta rivelano e suggeriscono, talaltra sviano e tradiscono. Simpatico giochino che mi fa idealmente porre il libro sullo scaffale vicino ad un altro similgiallo, opera prima d’un’altra pulchra mulier (beh, in entrambi i casi le foto in quarta questo suggeriscono): quel Lacrime di coccodrillo dove ogni capitolo ha un incipit numericamente intrigante.

Ma a prescindere, citando il Principe, il libro è carino. No, carino no, non è il termine giusto. È bello e tosto.

La storia parte dall’omicidio di un giornalista, per la precisione il vicecaporedattore di un quotidiano locale di provincia. Il cadavere giace, con la testa sfasciata e gli altri allegri dettagli del caso, in una strada periferica dalla puttanesca fama. Senza calzoni, per buon peso.

Al giornale dove la vittima lavorava parte il tam-tam interno dei colleghi del morto nonché i discorsi sotterranei di dirigenza e proprietari impegnati ad evitare che gli schizzi di sangue e peggio posano infangare il buon nome della testata.

Comincia ad indagare sul caso un giornalista sfiduciato nei confronti del mondo, del lavoro, dell’universo e tutto quanto a causa di propri scheletri nascosti degni di una tragedia greca e che oltretutto, sempre in conseguenza degli scheletri già citati, deve evitare di finire sul podio come principale sospettato del delitto. E che coinvolge nelle indagini un’amica, giornalista anch’essa (qualche sospetto sulla professione dell’autrice?) e anch’essa sfiduciata e resa cinica dagli eventi, prima inter pares una vita sentimentale accidentata quanto basta. Chiude la catena di investigatori più o meno coatti un sostituto procuratore incaricato delle indagini, con un pensiero alla sua Capri e un altro alla giornalista tormentata. Frattanto, un cronista dal discreto pelo sullo stomaco (okay, sufficientemente stronzo, diciamolo) approfitta di questo succoso evento per pescare nel torbido a proprio uso e consumo.

Agitare e non mescolare (con buona pace di James Bond) e si ottiene un’ottima storia, con personaggi vividi e per niente affatto improbabili, con bei dialoghi ed una carsica ed intrigante perfidia di fondo. E ci si trova presi nella storia, quasi infischiandosene del whodunit di partenza.

Più che consigliato.

Cercando di non analizzare troppo il fatto che l’autrice è, come or ora intuito, una giornalista che lavora in un quotidiano locale di Verona, e che, okappa, lei dice che ogni riferimento a fatti o persone blablabla, ma il perfido dubbio che nella scelta di chi cadaverizzare si sia voluta togliere qualche soddisfazione, si abbia pazienza, a me mi viene.

E cercando ancora meno di buttarsi a fare gli analisti d’accatto e meditare un po’ troppo su quelli che potremmo chiamare crazy credits sul blog dell’autrice dove i personaggi, che a dire il vero meriterebbero anche un sequel, trovano un’effimera e forse un po’ troppo demoralizzante ultima scena.

E se è vero che ormai abbiamo perso da mo’ l’innocenza e non pensiamo più ai giornalisti come al Topolino de L’Eco del Mondo, e sappiamo ormai lontani i tempi e i luoghi di Woodward e Bernstein, conviene sottolineare che la succitata categoria ne esce non con le ossa rotte, ma maciullate e passate in centrifuga, sia dal libro che dal blog, (ottimo e interessante)


 

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5 commenti leave one →
  1. 12 ottobre 12010 04:16

    Topometalloooooooo!!!
    Ma grazissimo!!!
    Che belle cose.

    Federica

  2. 12 ottobre 12010 04:29

    Alla faccia, donna Federica, coi sensori sempre all’erta, eh? 😉
    Meno male che avevo corretto gli ultimi refusi (spero)…
    😀

  3. 12 ottobre 12010 05:53

    No, è che il blog mi dà i pingback…
    Non c’entro!
    😉

Trackbacks

  1. due colonne taglio basso » Blog Archive » … un sequel?
  2. Tre e settantacinque per mille « I Sogni Ferrosi

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