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Sisifo Felice

4 gennaio 12010

Ancora questo e poi basta, che in questo inizio di anno ‘sto blog, già troppo serioso di suo, sta diventando un obituario.

E se Camus è morto cinquant’anni fa in un (come avrebbe detto lui) assurdo incidente d’auto, sarebbe meglio ricordarlo con qualcosa di allegro.

Allegro Camus. ‘Na parola, se uno va a leggere le sue opere. La peste che maschera il nazismo, un giudice in caduta che ha ben di che pentirsi, uno straniero omicida per noia, il povero Sisifo che ti voglio vedere ad immaginarlo felice nella sua dannazione inutile…

Eppure pare proprio che invece fosse un allegrone, quel pied-noir esistenzialista. Buzzati che lo aveva conosciuto ed era stato suo ospite a Parigi lo descrive in un articolo come pieno di vita, sorridente. Anche quando mette in scena uno spettacolo teatrale tratto da uno dei racconti del bellunese Dino, appunto, e uno dei più tragici (su Buzzati pochi discorsi, un allegrone non lo si poteva certo definire): quell’angoscioso e quasi kafkiano Sette piani (dal quale per inciso venne tratto anche un buon film, Il fischio al naso con Ugo Tognazzi).

Nella mia adolescenza scellerata, tanto per tenermi allegro leggevo (oltre ai Buzzati e Kafka già citati, giusto per non farmi mancar niente) sia Camus che Sartre, e una confusa e giovanile coscienza politica cercava di convincermi che doveva essere meglio lo strabico Jean-Paul, ma c’era poco da fare, come lettura l’algerino Albert lo superava di diverse lunghezze.

E col passare del tempo ho dovuto pure rivalutare le posizioni politiche dei due, e assegnare anche in questo caso la corona a Camus, che magari non avrà sdegnosamente rifiutato il premio Nobel, ma almeno non ha difeso a spada tratta le nefandezze sovietiche, anzi. Assurdo o meno che fosse, si è sempre schierato contro i peggiori regimi, dal colonialismo francese al nazismo, senza dimenticarsi nemmeno delle nefandezze omertose del Vaticano durante la Guerra. Eh, sì, direi che è a buon diritto nel mio scaffale d’onore.

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