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Nineteen eighty-four

29 novembre 12009

Un quarto di secolo fa. Era un giovedì. Anzi, erano un mercoledì e un giovedì, perché per motivi imperscrutabili il giorno della laurea per noi matematici genovesi durava due giorni. Don’t ask. Il primo pomeriggio presentavi la tesi e via a casa,  nel secondo ti annunciavano il voto e tarazum tarazum eri dottore. Mai saputo il perché della logorante manfrina. Fra l’altro, sempre negli stessi giorni della settimana. Universitatis Mysterii.

In quelle giornate di pieno autunno ancora tiepide, l’unico familiare ostinatamente presente in entrambe le occasioni (e non solo nella seconda data, quella “gloriosa” del risultato) fu mio padre, che volle sorbirsi pure, senza ovviamente comprendere alcunché, il mio pistolotto di venti minuti senza cedimenti (effetti dell’adrenalina, suppongo, mischiata ad altri ormoni più usuali dell’età) con il quale presi per stanchezza la commissione.

Il secondo giorno, conclusosi finalmente il rito, tornando a casa  vedevo che il mio vecchio aveva una coda di pavone larga come una ruota panoramica. Non tanto per il mio fresco titolo. Sì, è vero, in pratica, con la mia laurea rappresentavo una sorta di riscatto proletario della famiglia: sia il suo, di quel praticamente inutile titolo di ragioniere sgraffignato quasi per insufficienza di prove nel primo dopoguerra, più che altro per meriti lavorativi e per aver prestato il Candido di Guareschi al professore di inglese; sia soprattutto del mio amatissimo nonno analfabeta che con l’inesistente affetto di un padre dimenticato dalle cronache familiari in quel di Prato e mai più rivisto era entrato a lavorare in fonderia in età prescolare.

No, non era il mio successo universitario che gli aveva stampato sulla faccia un sorriso (vagamente ebete, lo dico con tutto l’affetto di oggi e di allora) che non sparì se non al momento di andarsene a letto quella sera; quel che lo inorgogliva era il fatto che in facoltà conoscessi praticamente tutti (e vorrei vedere, dopo quasi cinque anni di tempo semipieno) e che tutti mi salutassero con simpatia, mi venissero a parlare, mi facessero gli auguri e i complimenti… in pratica, del fatto che fossi un Doctor Scientiarum Mathematicarum gliene fregava poco o punto, l’importante era che “mi facessi conoscere e benvolere da tutti” come mi disse col tono da padre saggio quasi ottocentesco, con una spruzzata di libro Cuore, che gli usciva in quei momenti.

Belin, e sembra ieri, sembra.



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One Comment leave one →
  1. 29 novembre 12009 09:58

    🙂

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