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Entomofagia in nuce

28 novembre 12009

Tempo fa, ero andato ad ascoltare lo scrittore-reporter-viaggiatore Pino Cacucci che presentava il suo libro Un po’ per amore, un po’ per rabbia, una raccolta di pezzi, racconti, articoli e altro, inediti e no. Libro che, ça va sans dire, acquistai subito. A dire il vero acquistai in seguito, appena uscito, anche il successivo Le balene lo sanno, dal maledetto Cacucci annunciato nella stessa occasione: la mia corporatura mi porta ad avere un certo penchant nei confronti dei cetacei, soprattutto quelli particolarmente voluminosi. Ma sto divagando come al solito.

Quella sera, il messicaneggiante autore narrò fra le altre cose di «quella volta in viaggio» (un topos dei più classici) durante la quale un amico gli offrì da sgranocchiare, porgendogliene un sacchetto pieno, delle dolcissime formiche. Per la precisione, specificò Cacucci, dei sederi di formiche. Ricordo dalla mia infanzia certe illustrazioni naturalistiche dove venivano raffigurate le stanze di un formicaio. Quasi sempre c’era la figura di alcune formiche appese al “soffitto”, con penzolanti addomi enormi e trasparenti nei quali (recitavano le didascalie) custodivano una sorta di sciroppo dolciastro per i giorni di magra del formicaio. Una cantina vivente, insomma. Le leccornie offerte erano appunto “le botti” di questa cantina.

Confesso di non aver mai assaggiato niente che provenisse dal mondo degli artropodi (perlomeno non consciamente: se qualche insalata non è stata lavata proprio alla perfezione, beh, insomma, occhio non vede…) non tanto per mio rifiuto quanto perché banalmente non mi si è mai presentata l’occasione. Per ora sublimo questa voglia insoddisfatta applicandomi nella teoria, cioè leggendo quel che trovo sull’argomento (e un po’ , lo confesso, invidiando un pochino quelli che, come Cacucci, han potuto provare per credere).

Buono da mangiareTutto è partito da un saggio di Marvin Harris, Buono da mangiare (letto un paio di vite fa, chissà dove rimane seppellito al momento), dove con zelo antropologico e buona scrittura sono presentate tutta una serie di usanze alimentari che se appaiono strane per non dire repellenti in qualche regione del pianeta, sono banali abitudini in altre. E non sempre siamo noi occidentali”i più schizzinosi della catena: ad esempio molti cinesi (che si nutrono con cose al limite del descrivibile) ritengono un bicchiere di latte una cosa ripugnante oltre ogni immaginazione.

Fra le tante abitudini descritte ovviamente un posto d’onore spetta alle popolazioni che si cibano di insetti (mettendo nel novero anche scorpioni e ragni, per amor di brevità non stiamo a fare i tassonomici duri e puri)

Ricordo, fra i varî passaggi del libro, l’offerta di una manciata di larve grassocce e vive (a quanto pare, dolcissime e zuccherine) da parte di una tribù aborigena di non so più quale zona tropicale. Oppure la frenesia che prendeva gli abitanti di un villaggio africano che scoprivano che uno sciame di cavallette stava per investirli: anziché trovare un rifugio, correvano tutti a cercare qualcosa per fare un braciere di fortuna nel quale gettare a grigliare gli insetti acchiappati al volo. Ottimi con il miele, secondo un califfo gourmet dei tempi di Sheherazade.

Man Eating BugsAltra interessante lettura, oltretutto riccamente illustrata, è stato Man eating bugs, che presenta foto e descrizioni di cibi pieni di zampette provenienti da tutti i continenti. E qui noi europei restiamo definitivamente tagliati fuori e isolati, perché anche alcuni cugini caucasian degli U.S.A. si deliziano con dei lecca-lecca trasparenti aventi dei grilli all’interno, incastonati come fossili nell’ambra.

Altre colorate fotografie presentano piatti appetitosi e ottimamente serviti, come spiedini di ragni e scorpioni oppure un risotto guarnito con ora non ricordo quali bestioline rossastre (che no, non erano gamberetti: e anche qui ci sarebbe da disquisire sul perché un gambero dovrebbe apparire più appetitoso, per esempio, delle cavallette sopra citate).

Eat-a-bug CookbookMa quella che è stata la mia lettura preferita sull’argomento è un vero e proprio ricettario, The Eat-A-Bug Cookbook, di un tal David George Gordon (il cui sito consiglio); libro nel quale le illustrazioni non sono all’altezza del precedente volume ma che si rivela una ricca fonte di notizie utili, dal valore nutrizionale di alcune specie (i grilli sono ricchi di calcio, le termiti di ferro) ai vini consigliati per accompagnare alcuni piatti come ad esempio «l’insalata delle tre api» o la torta di cioccolato e grilli (curiosa questa associazione ricorrente fra il gusto dolce e gli ortotteri, come chiama grilli e cavallette chi se ne capisce di entomologia).

Nel libro sono elencati anche alcuni indirizzi di fiducia ai quali rivolgersi per avere ingredienti di qualità. Per non rimanere mai senza cicale essiccate, per dirne una: hai visto mai capitassero a sorpresa degli amici…

Confesso che la tentazione di farmi mandare un po’ di delikatessen l’ho avuta, ma sono stato frenato da due fattori: da un lato, sono restío a farmi spedire per posta cibi o comunque merce deperibile da oltre oceano; e d’altra parte il libro (che ho comprato usato su Amazon, come pure il Man eating bugs descritto prima) è del 1998, per cui non è detto che gli indirizzi siano ancora validi.

Il ricettario di Gordon merita inoltre di essere menzionato per la presenza di un collaboratore dell’autore, o meglio di una collaboratrice, nella fattispecie una pelosa e colossale migale addomesticata che mister Gordon si teneva in casa e alla quale faceva assaggiare i propri esperimenti di cucina, non proprio o non solo per affetto verso l’inusuale pet, ma soprattutto per propria garanzia: se la ragna schifava l’assaggio, l’apprendista chef capiva che era meglio buttare gli intingoli nel gabinetto. Uso l’imperfetto in quanto pur non conoscendo la durata media della vita dei ragni, dato che come ho detto il libro è del 1998 temo che l’assaggiatrice ufficiale abbia ormai raggiunto il paradiso degli aracnidi.

ragnoA proposito di aracnidi: ragno (come pure aracnide) deriva dal nome della povera Aracne leggendaria, trasformata in piccolo animale zampettante da quella zitella stizzosa di Atena dopo una gara di tessitura. Etimo valido sia per l’italiano che per le altre lingue neolatine, dove però il nome è (giustamente, direi) femminile, come araignée in francese e (con una stessa pronuncia per le tre lingue) araña in spagnolo, aranya in catalano, aranha in portoghese; pure quei barbari degli inglesi, che tanto dicono spider e usano il genere neutro, quando “umanizzano” gli animali in genere raffigurano i ragni come femmine (cfr. La sposa cadavere di Tim Burton: “Sposo novello, eh? Io invece sono una vedova”). D’altra parte sono note le usanze erotiche di questi animaletti per i quali spesso il maschio non ha, per così dire, “una seconda occasione nella vita”; per cui una statistica un po’ rozza porterebbe a pensare che se vedi un ragno, facile che sia una femmina.

E io, che nelle scemenze ci sguazzo, mi chiedo: ma com’è che da noi in Italia il “ragno” è diventato maschile?

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