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De Nefralgīa 2 – La vendetta

2 luglio 12009

reneDa qualche mese avevo un simbionte minerale, ovvero un calcoletto renale finitomi in vescica in attesa che gli eventi e i fattori contingenti lo portassero a scegliere la strada della libertà. Con le conseguenze del caso.

Nell’appena trascorso giugno il dormiente si è risvegliato (cit.: Dune)

Una sera (il 2, festa della Repubblica; tanto per gradire) comincio a percepire le avvisaglie di qualche movimento interno poco ortodosso; il mattino dopo il mio impianto idraulico dà segni di sofferenza fino alla chiusura totale di tutte le uscite. E prima che sia troppo tardi per muoversi, mentre i reni cominciano a dare segnali di disturbo sulla linea, mi reco al pronto soccorso di S*, a due passi da casa. Dove, più che alla serie ER, mi viene da pensare ad un documentario sui lebbrosari del Bangla Desh (ci sono lebbrosari in Bangla Desh? Vabbè, ci siamo capiti) Il vicino pronto soccorso di A* è stato improvvisamente chiuso, e tutti i malati ed incidentati sono stati prontamente dirottati sul circondario. In pratica, una bolgia dantesca.

Forte della mia “emergenza” (allarme giallo, tinta adatta al caso specifico) vengo depositato in fretta sulla barella dove per prima cosa mi sento chiedere “E adesso che facciamo?” che non è esattamente la frase che speravo di sentire. Il problema è semplice: l’ospedale di S* non ha più il reparto di urologia, chiuso per la “razionalizzazione” dei servizi ASL della Liguria (no comment), per cui al pronto soccorso non hanno specialisti ai quali affidarmi. Ripeto, non pretendo ER dove anche se hai un raro morbo tropicale trovi sempre di turno il medico che si è specializzato nel caso specifico, ma francamente speravo in qualcosina di meglio di un ospedale da campo.

In breve, dopo una mia poco piacevole “prima volta” col catetere, e dopo un’inutile ecografia che nulla rivela, vengo rispedito a casa con le tubature sgombre e nuovamente funzionanti, almeno fino al prossimo allarme. Il medico di turno mi consiglia, quando si ripresenterà l’occasione, di andare direttamente al pronto soccorso di V*, dove esiste ancora il reparto urologico.

L’occasione temuta, sperata ed attesa, si ripresenta, per l’esattezza la sera della vigilia del 24 (san Giovanni, altra giornata di festa, questa volta patronale: e riflettendo sulle date, penso che devo a tutti i costi cercare di risolvere il problema prima di Ferragosto)

Memore dei consigli ricevuti, mi faccio portare col taxi al pronto soccorso di V* (e il viaggio accidentato sulle strade genovesi, con l’asfalto distribuito in maniera frattale e le buche degne di un asteroide, non sarà stato come fare un trattamento ad ultrasuoni per frantumare il calcolo, ma ci va certo vicino) Si aggiunga al tutto che, come extrema ratio, avevo inutilmente provato l’astuta pratica detta colpo d’acqua (suggerito ad esempio qui e qui), ovvero l’ingestione in tempi brevi di grandi quantitativi di liquido con lo scopo pirotecnico (o meglio idrotecnico) di creare una pressione interna tale da spingere all’esterno tutto lo spingibile. Risultato, durante il viaggio continua a tornarmi in mente una scena dal film Mahabharata, dove una donna incinta del dio Sole partorisce una colossale pietra sferica. Don’t ask.

Finalmente sulla barella, per prima cosa mi sento chiedere “E adesso che facciamo?” Un caso lampante e spiacevole di déjà vu. Che prosegue: a V* per la razionalizzazione dei servizi della ASL ligure, è stato chiuso da poco (e senza troppo preavviso) il reparto di urologia… Se fossi stato niente niente paranoico avrei cominciato a sospettare di essere vittima di un complotto non dico a livello cosmico ma quantomeno regionale (viste le competenze territoriali)

Morale della favola, mentre i (pochissimi) infermieri e medici dell’emergenza di V* si occupano di un paio di incidenti stradali occorsi nel frattempo, io rimango disteso per un paio d’ore in attesa su una barella, con (di nuovo) un tubo infilato dove non avrei mai pensato e voluto si potesse infilare alcunché (spero vivamente non esistano estimatori della pratica, ma non mi stupirei di niente) riempiendo un’apposito contenitore di plastica con un bel litro e mezzo abbondante di liquido (il colpo d’acqua fallito citato prima) in mezzo al quale il medico di turno afferma non trovarsi nessun calcolo, ma solo una sabbietta dall’apparenza rosso-brunita (dal vezzoso nome tecnico di renella): un accidente, lo so io se ho sentito “passare” qualcosa di più corposo della sabbietta! (bestemmiando con veemenza tutti i santi del calendario compresi Emerenziana, Abercio e Piatone)

Comunque, le cose dovrebbero essersi risolte e per Ferragosto dovrei quetare. Anche perché ormai di posti di pronto soccorso nei quali far chiudere urologia non me ne son rimasti più tanti.

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