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Zingiber officinale

12 gennaio 12009

pannacottaÈ ora di pranzo, e dopo una bella passeggiata nel freddo assolato della città, dopo aver rischiato di assalamarmi più volte per terra scivolando sulla neve diaccia, mi merito il pranzo nella locanda-ristorante dove so già che i prezzi non sono esattamente friendly, ma la cucina mi rimetterà in pace col mondo. Che poi oggi sono turista in pieno Lombardo-Veneto, il freddo e la passeggiata mi hanno stimolato l’appetito, ho già messo in conto che stasera arriverò tardi a casa e presumo di saltar cena,  quindi ho tutti gli alibi che mi servono.

Ambiente caldo, tavoli di legno, aria di tradizione popolare ma clientela ricco borghese sportivamente elegante, col vestito del sabato: qualcosa di pratico per lo shopping, ma che comunque si riconoscano le firme. Io probabilmente stono un po’, con la mia taglia extralarge, il giaccone dei saldi e il mio faccione tinto dalla temperatura prossima allo zero in toni rubizzi con chiazzature pallide (nell’ora “calda” del pomeriggio, noterò i termometri delle farmacie segnare con elegante simmetria tre gradi alle due e due gradi alle tre).

Al tavolo accanto, tre amiche di una certa età si stanno scofanando gli assaggi della casa, un tour de force gastronomico di formaggi, affettati e altro, accompagnati con abbondante polenta che riscuote i soddisfatti commenti delle tre carampane.

Una delle tre (con capelli che se quel biondo è naturale io sono anoressico) si lascia andare ad un allegro «Ah, chissà, se fossi nata povera non so mica se mi pacerebbe tanto la polenta» che, qualora ce ne fosse bisogno, me la fa classificare come stronza troia granosa. Se mi si passa il tecnicismo. Ammetto che, trovandomi in pieno Lombardo-Veneto, sono già prevenuto di mio.

Giunte al dolce, le tre idrovore (i piatti ritirati dal loro tavolo sembrano già passati nella lavastoviglie) si abbandonano con ipocrita riluttanza ai dolci: «Eh, però, io sono piena…» «Mah, fai leggere, giusto per vedere cosa c’è…» «Signorina, scusi si può avere mezza panna cotta? No, eh?… Eh, vabbeh, allora la porti lo stesso, tanto poi si va in palestra ah ah ah ah»

Come noterò anch’io, la panna cotta è aromatizzata allo zenzero (ottima idea, veramente da consigliare). La bionda innaturale, dopo essersi appassionata al gusto, e aver notato che «Somiglia tanto al rosmarino» chiede «Ma io vorrei sapere, ma dove lo trovi lo zenzero, dov’è che si compra?» Affiora il sospetto che la nata-non-povera non abbia mai eseguito un’accidente di lavoro in tutta la sua vita né in casa né altrove (a parte forse -mi suggeriscono poco elegantemente dal loggione- nel settore sempre attuale e mai in crisi del raddrizzamento banane)

Le commensali, evidentemente di origini più proletarie o comunque più avvezze a sporcarsi le mani con le vili occupazioni giornaliere, suggeriscono supermercati, erboristerie e un emporio etnico in non so quale zona della città. Suggerimento al quale la ricca stronza (orrmai ha raggiunto la top ten della classifica, direi anzi che è in lizza per la champions) contrappone ridendo un «Ma figurati, ma mi ci vedi a mè [accento d’obbligo, ndA] entrare in un negozio etnico? Ma dàiii..» Perché non mi sono stupito nell’intendere questa frase? Mah, l’ho detto, probabilmente è solo che sono prevenuto…

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