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Un po’ le balle girano, sul fondo del Sand Creek

9 gennaio 12009

de andreDa bravo genovese (e genoano) con tendenze anarcoidi, amo le canzoni di De André. Uno dei tanti allegroni, come Guccini, Vecchioni e De Gregori che massacrarono i miei pomeriggi adolescenziali. Ogni tanto dovrei rifletterci. E trovarmi un analista. Meglio se un’analista. Ma non scadiamo nelle piccinerie.

E ricordo quella mattina di una decina di anni fa quando davanti alla chiesa di Carignano, ai bordi di una piccola folla nella quale spuntavano un paio di bandiere anarchiche rosse e nere vidi passare la bara di quello che adesso tutti chiamano “Faber”, cosa che a me non è mai riuscita perché mi sembra il nome di una marca (le matite, o i reggiseni, o chissa che altro), che ci posso fare, per me De André è De André e basta. Il figlio non lo considero neanche.

E per carità, Dori Ghezzi non è mica Yoko Ono, che gli dèi ce ne liberino. Poi io la ricordo ancora sulla fascetta del 45 giri del Casatchok, bionda sorridente che provocava i miei primi turbamenti prepuberi, come potrei criticarla?

Ma allora perché ne ho così il belino pieno di queste celebrazioni ipocrite che ammorbano l’aria da giorni, non ultima la torta di panna rancida e (immagino sulla fiducia) retorica che Fabio Fazio manderà in onda a giorni?

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