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Re Lear

20 ottobre 12008

Ricomincio la stagione teatrale con una robina leggera: le tre ore e mezza del Re Lear messo in scena dallo Stabile di Genova. E meno male che sono andato alla pomeridiana di domenica.

Protagonista, quella curiosa bestia da palcoscenico che è Eros Pagni. Voce particolare (sarà mica un caso se ha doppiato il sergente istruttore di Full Metal Jacket), recitazione personale e ottima. E che ad un soffio dai settant’anni si mette a camminare su scale di corda sospese, scusate se è poco.

Un Re Lear ritradotto per l’occasione dall’eterno Edoardo Sanguineti (altro giovincello) dove l’edificante storia familiare acquista sapori barbarici, sottolineati dai costumi da tribù tartara dei personaggi (il Fool di Lear, seminudo, dalla faccia pittata e dal copricapo uccellesco che ne sottolinea le movenze e le smorfie ha un qualcosa di buffamente sciamanico) e dall’ambientazione, una scena rotonda circondata da pesanti drappi utilizzati per le uscite e che ricorda l’interno di una grande tenda nomade.

Insomma un Lear molto più di pancia che di testa. Che cattura e affascina.

Non nascondiamoci che scene e costumi mostrano comunque di aver visto il film di Kurosawa tratto dal dramma: la scena iniziale della divisione del regno ha qualche lieve retrogusto nipponico, a parte le acconciature delle figlie di Lear che con i capelli tirati indietro somigliano a donne Klingon (che in effetti poteva pure starci, visti anche i nomi da aliene: Goneril, Regan… ci credo che poi l’unica a voler bene al padre è Cordelia, quella con un nome -quasi- decente) e pazienza se poi i guerrieri non hanno nomi da Sol Levante e si chiamano invece Albany, Gloucester, Francia o Borgogna.

Se non si fosse capito, bello. Mi garbò parecchio.

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