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In carrozza

7 agosto 12008

Treno regionale. Qui a Genova, il surrogato di una metropolitana decente.

A parte d’estate. Quando le carrozze si riempiono di turisti e bagnanti che vanno e tornano dalle riviere. E le falsamente privatizzate ferrovie, per favorire il contatto umano e venire incontro ai bisogni dell’utenza, sopprimono ogni tanto uno o due convogli. O anche TRE DI FILA in direzione levante, come l’altra sera. Per cui chi, per esempio il sottoscritto, vuole recarsi in centro velocemente per un paio di commissioni si trova  magari a viaggiare in un vagone dal microclima tropicale, affollato di gente sudata e ancora infarinata dalla sabbia delle spiagge; un vagone ufficialmente di prima classe, ma ormai espropriato dal popolo delle seconde in cerca di spazio vitale. E la giovane capotreno accaldata (giovane e carina, ma non distraiamoci) finge di non notare che in prima classe quel giorno non ci sono i soliti viaggiatori.

Finché non si arriva a Principe, una delle due stazioni principali della Superba. E nel marasma di discese e salite, giunge un giovane professionista con ventiquattrore e aria schifata, che vedendo la folla che riempie i posti si rivolge alla giovane capotreno e con tutta la boria che il personaggio esige la apostrofa “Non può controllare i biglietti, scusi, io ho il biglietto di prima e ci manca solo che devo stare in piedi!”

La ferroviera annuisce, temo che il regolamento le imponga di dar retta all’odioso utente anche per evitare reclami successivi, ma lo sguardo che scambia con me ed altri viaggiatori ormai compagni di calura la dice lunga su quel che pensa di un tizio del genere.

Così, sul treno fermo comincia il crudele esodo di mamme, bimbi, adolescenti e umanità varia costretti a sloggiare dall’ambìto vagone. Quando la giovine arriva a controllare il biglietto dell’odioso professionista ormai seduto, stiamo partendo per raggiungere Brignole, la seconda “grande” stazione cittadina. E approfittando della porta aperta vedo il rigoroso viaggiatore guardarsi in giro agitato, vedere il paesaggio che si muove dal finestrino, mentre la serafica controllora sventola il biglietto e gli annuncia “Ma guardi che questo non va a Savona, andiamo nella direzione opposta!”

Per me, come suppongo per la graziosa ferroviera e per alcuni viaggiatori, è stato molto difficile mantenersi serî e compassati durante il breve tragitto fra le due stazioni, mentre l’agitato giovanotto ci faceva compagnia sulla porta del vagone continuando a guardare l’orologio e alzando gli occhi al cielo, tamburellando con le dita la parete. E per fortuna evitando di guardarmi, gli sarei scoppiato a ridere in faccia e sarebbe esploso l’incidente diplomatico.

In un impeto di bontà del quale non pensavo saremmo stati capaci, lo abbiamo fatto scendere per primo di corsa. Fra capotreno e viaggiatori c’è stato un fitto scambio di sorrisi cattivi. E qualche saluto complice.

Confesso che questi momenti mettono a dura prova il mio ateismo. E pazienza se avevo la maglia zuppa di sudore.

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