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Humanæ Vitæ

25 luglio 12008

Oggi nel calendario tocca a San Giacomo, un pezzo da novanta del Paradiso, mica per altro era uno degli Apostoli. Per l’esattezza, si tratta di San Giacomo il Maggiore, detto anche Matamoros nella penisola iberica. Ovvero ammazzamori, dove i mori sono intesi come i musulmani, gli arabi: invocato dagli eserciti cattolici quando ai bei tempi si andavano a massacrare gli infedeli, è detto anche sbrigativamente Santiago; proprio lui, quello di Compostela e del famoso cammino dove ogni anno frotte di credini spesso impreparati si massacrano i piedi per avere la grazia e/o l’indulgenza (insomma, prenotarsi un tavolo in Paradiso) marciando per centinaia di chilometri. E poi ci mettiamo a sorridere quando vediamo nei documentari gli indigeni che danzano intorno ad un totem.

Tornando a Santiago, quarant’anni fa, proprio nel giorno di san Giacomo,  quel papa macerato di dubbi che fu Paolo VI promulgò  la sua ultima enciclica, in pieno ’68. E naturalmente, secondo le buone tradizioni vaticane, andando esattamente in senso opposto rispetto alle richieste dell’epoca. E fregandosene bellamente di quella parte meno conservatrice del clero che (ingenui) stava veramente sperando che il Concilio Vaticano, che appena chiuso papa Montini cominciava già a minare dalle basi, avrebbe potuto cambiare qualcosa nell’immobilità della Chiesa.

L’enciclica in questione era la famigerata Humanæ Vitæ, con la quale veniva sancito, in buona sostanza e riassumendo stringatamente, che il controllo delle nascite va lasciato a Dio, punto e stop. Che al massimo sono consentiti i metodi naturali, come il famoso Ogino-Knaus (una battuta che circolava negli anni ’70 diceva che il mondo era pieni di figli di Ogino, tanto è alta la percentuale di “fallimenti”) oppure col successivo Billings e i suoi termometri, che come dice Lella Costa, se usi quel metodo sei sempre lì a misurarti la febbre, controllare, scrivere, fare calcoli, insomma non ti resta tempo per fare nient’altro, e quindi non esci di casa, non vedi nessuno e non scopi più, raggiungendo il risultato della contraccezione perfetta…

Le motivazioni per tale scelta vagamente rétro? Citando la stessa enciclica:

Gli uomini retti potranno ancora meglio convincersi della fondatezza della dottrina della chiesa in questo campo, se vorranno riflettere alle conseguenze dei metodi di regolazione artificiale delle nascite. Considerino, prima di tutto, quale via larga e facile aprirebbero così alla infedeltà coniugale ed all’abbassamento generale della moralità. Non ci vuole molta esperienza per conoscere la debolezza umana e per comprendere che gli uomini – i giovani specialmente, così vulnerabili su questo punto – hanno bisogno d’incoraggiamento a essere fedeli alla legge morale e non si deve loro offrire qualche facile mezzo per eluderne l’osservanza.

Si lascia come esercizio al lettore il trovare il nesso logico fra contraccezione e fedeltà coniugale. Come esercizio opzionale, capire anche perché gli eventuali fattori di infedeltà verrebbero meno con la scelta di uno dei metodi “naturali”. A dirla tutta, io che sono un ateo miscredente e senzadio, probabilmente anche maschilista (mi mangio pure le unghie, fra i tanti difetti), mi trovo a pensare che se uno ha la moglie che lo manda in bianco perchè secondo Ogino quel giorno non si deve far nulla, capace che gli venga maggiore voglia di cercare un’amante che usa, che so, il diaframma, e si fa meno problemi…

Suppongo (facile profezia) che Benito XVI non si lascerà scappare la ghiotta occasione di ricordare la ricorrenza, citando l’enciclica del suo predecessore (che tra l’altro lo fece cardinale), presumo associandola al relativismo imperante (ma dove?) che porta alla legalizzazione delle interruzioni di gravidanza, alla pillola del giorno dopo, al testamento biologico e indirettamente agli sproloqui di Giuliano Ferrara (uno di quei casi per i quali viene da pensare che occorrerebbe consentire l’aborto terapeutico anche sessant’anni dopo il concepimento, ma questo è un altro discorso)

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