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Ancora un giorno

9 giugno 12008

Ancora un giorno

Ancora un giorno
Ryszard Kapuscinski

Diciamolo, inizialmente temevo fosse una delle solite operazioni “l’autore vendeva ed è morto, pubblichiamo anche le sue liste della spesa.” Invece si tratta di uno dei tanti splendidi reportages africani di Kapuscinski, questa volta sulla guerra in Angola nel 1975.

Breve ma intenso racconto degli ultimi giorni dell’Angola portoghese, ancora non ufficialmente indipendente e trascinata dalla guerra coloniale alla guerra civile, alimentata fra gli altri dagli ingombranti vicini Zaire e Sudafrica. Una guerra unica, priva di un vero e proprio fronte a causa della desertica geografia e delle difficoltà logistiche di un paese avente all’incirca cinque milioni di abitanti ma grande più di Francia, Germania, Italia e Inghilterra riunite insieme.

“Ricardo” Kapuscinski racconta con una apparente tranquillità la sua vita di giornalista che (diciamocelo) ha sempre cercato il male come i medici, per usare un modo di dire ligure, e non è mai stato fermo nella semitranquillità di un albergo, ma ha sempre voluto vedere le cose da vicino, trovandosi spesso a un passo dal trapasso.

Qui racconta l’attesa della catastrofe, ovvero dell’assalto finale alla capitale Luanda, con la lenta ma inesorabile fuga dei portoghesi, con il trasloco dalla città di muratura alla città di legno, ovvero le tante casse nelle quali i fuggitivi caricavano tutto il caricabile, lasciandosi alle spalle una città deserta e vuota.

E racconta pure i viaggi di centinaia di chilometri lungo strade roventi interrotte qua e là da improvvisati e mortali posti di blocco, dell’acqua quasi sempre mancante, del tesoro racchiuso in un pacchetto di sigarette; dei tanti soldati improvvisati, come l’autista di jeep sedicenne o la giovane mulatta Carlotta alla quale è doverosamente dedicata la copertina; delle battaglie dove si sparavano casse di munizioni senza criterio e senza ferire nessuno o quasi ma dove il nemico, altrettanto imbranato, abbandonava ugualmente la postazione spaventato dalla sparatoria; di una guerra dai ritmi rallentati (e forse anche per questo si è trascinata fino ai nostri giorni), tanto da interrompersi da entrambe le parti durante il week end

Un grande giornalista, un grande scrittore, un grande uomo. Negli ultimi anni “tifavo” per lui quando si parlava del premio Nobel. Dannato polacco, non ha voluto aspettare che glielo assegnassero.

Nota che non c’entra: dalle storpiature portoghesi citate nel libro, intuisco che il nome dell’autore, che da tempo ho rinunciato a scrivere con gli accenti corretti, si dovrebbe pronunciare all’incirca “Risciard Capuscinschi”. Il che rafforza la mia idea che i polacchi hanno con le consonanti un rapporto contronatura… 🙂

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