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Firmino

31 maggio 12008

Firmino

Firmino
Sam Savage

Pubblicizzato dal passaparola dei (soliti pochissimi) lettori italiani, elogiato a destra e a manca come caso editoriale dell’anno, favola per adulti, consigliato a tutti coloro che amano i libri (i pochissimi citati prima), in quarta di copertina lo si paragona addirittura a Charlot. E questo dovrebbe mettere in allarme giallo: in libreria, diffido per principio dei fuochi d’artificio. Poi magari mi ricredo, ma meglio non lasciarsi troppo incantare dalle sirene.

E questa volta? Mah, vediamo con calma: Firmino è un topo, anzi un ratto, particolarmente scalognato: nasce tredicesimo nel sottoscala di una libreria e non ha neanche lo spazio per essere allattato dalla madre grassa e ubriacona (una vera zoccola, nel senso letterale del termine). Per sopravvivere comincia a rosicchiare le pagine dei libri. Mentre, poco alla volta, la madre, i fratelli e le sorelle abbandonano il sottoscala e da brave pantegane se ne vanno per le strade, Firmino rimane fra quei libri che, forse grazie al suo curioso svezzamento, ha imparato a leggere appassionandosene.

E fra citazioni librarie, sogni bibliofili e titoli inframmezzati nel racconto, il ratto Firmino esplora il suo rifugio, conoscendo “a distanza” le persone che lo popolano, dal padrone del negozio agli avventori occasionali, allo scrittore ubriacone che “adotterà” il topo dopo un “outing” di quest’ultimo che, triste e solitario, cerca (con risultati immaginabili) di stabilire un contatto con gli umani, razza alla quale in fondo si sente di appartenere.

In agguato su tutto, la tragedia: il piano regolatore della città che prevede la demolizione del quartiere dove si trova la libreria. Dimenticavo di dire che il tutto si svolge negli anni Sessanta a Boston, e come si legge nella nota finale dell’autore i luoghi descritti esistevano davvero, compresa una libreria dell’usato come quella che dà i natali al topo protagonista.

Che dire? Originale, d’accordo. Ma come temevo definirlo “caso” dell’anno e scomodare Charlot mi sembra eccessivo. Sono cinico? Un pochino forse sì, le storie alla Senza famiglia o Oliver Twist francamente mi stuccano presto, e qui siamo in quei dintorni. E pur apprezzando certi passaggi del libro non sono riuscito ad appassionarmi più di tanto alla storia del povero topo lettore (sfigato, decisamente sfigato: fin troppo sfigato, accidenti!)

So it goes. (una piccola citazione me la concedo anch’io)

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2 commenti leave one →
  1. 12 agosto 12008 09:13

    A me ha fatto sognare, ha la stoffa di un classico. Ed è una lezione di vita.

    La cultura non è mai fine a se stessa, e ti rimane fedele anche quando tutto intorno sembra crollare. Una morale eterna e meravigliosa.

  2. 13 agosto 12008 09:17

    A me paiono un po’ eccessivi certi giudizi (un classico, meraviglioso, lezione di vita e altri letti un po’ ovunque, tutti sullo stesso tono) per un libro che ho trovato onestamente noiosotto e che ho finito solo per ostinazione. Senza offesa per nessuno.

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