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Benedetto XV

24 maggio 12008

La foto a fianco è forse la più facile da reperire fra quelle che rappresentano papa  Benedetto XV; essendo una delle poche nelle quali del papa non risalta troppo il profilo eccessivamente aquilino e il fisico poco robusto, è quella “ufficialmente” utilizzata nel sito Vaticano.

Sì, quindicesimo, non l’attuale sedicesimo. Ispirato dalle parole della mia sindaca in occasione della recente visita ligure del Pastore Tedesco, ho cercato un po’ di informarmi sull’ultimo papa genovese. Che (indirettamente) entra anche nei miei ricordi familiari. E questa è la faziosissima idea che me ne sono fatto, per quel che conta, spulciando fra siti varî, Wikipedia, libri cartacei, e quant’altro.

Riferita oziosamente giusto oggi, in occasione dell’anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia nel 1915, che c’entra, eccome se c’entra.

Settembre 1914: il veneziano Pio X, l’energico papa Sarto, abbandona questa valle di lacrime appena in tempo per evitarsi il triste spettacolo della I Guerra Mondiale. Guerra che forse proprio lui aveva cercato in tutti i modi di fomentare, sostenuto fin dai tempi del Conclave dal suo natìo Impero Austroungarico, all’epoca vero paladino del Vaticano a lungo invocato, da Pio IX in avanti, per vendicare l’ignominia della questione romana.

L’incombenza di pregare per la pace tocca quindi all’aristocratico e minuto cardinale genovese Giacomo Della Chiesa, marchese di antica nobiltà, appartenente ad una famiglia che già vantava fra i ritratti degli avi un altro pontefice, Innocenzo VII.
A guerra appena scoppiata il Della Chiesa si installa sul trono pontificio col nome di Benedetto XV, ancora fresco di porpora. Era stato infatti nominato cardinale da pochi mesi, per lo zelo mostrato come arcivescovo di Bologna. E la scelta del nome papale richiama evidentemente un altro papa Benedetto arcivescovo di Bologna, quel pittoresco cardinal Lambertini trovatosi a fronteggiare l’illuminismo e il terremoto di Lisbona e passato in seguito agli onori del teatro e del cinema col volto di Gino Cervi.

La differenza fra il nuovo papa e il suo predecessore appare a prima vista nell’aspetto, ma è evidente anche nelle opere: quanto Pio X aveva cercato di occuparsi principalmente di questioni dottrinali e magari anche di opere caritatevoli, tanto Benedetto XV si trova giocoforza costretto a impegnarsi in trattative diplomatiche internazionali, cercando anche l’impegno delle nazioni neutrali come la Spagna (dove la stampa cattolica era in realtà smaccatamente schierata a favore di Germania ed Austria), per tentare di concludere al più presto quella guerra che definisce “inutile strage” (verrebbe da chiedere quale possa essere una strage utile, ma glissiamo). Impegno pacifista che comunque si rafforza principalmente a guerra inoltrata, quando le sorti della Germania e dell’Austria, ringalluzzite da Caporetto, vennero ribaltate sul Piave.

Il mingherlino papa, come peraltro i suoi predecessori, aveva sperato a lungo nell’intervento punitivo del Kaiser e di Cecco Beppe contro i peccatori sabaudi che avevano osato togliere uno stato alla chiesa. Non fu forse un caso che in quel periodo venisse inquisito il capo dell’Azione Cattolica per propaganda disfattista contro l’Italia.
E a lungo aveva pregato il pontefice per il non intervento degli Stati Uniti contro gli imperi centrali teutonici, intervento che (come infatti avvenne) avrebbe pesantemente influito sulle sorti del conflitto.

Una successiva proposta di armistizio suggerita dal papa per limitare i danni tedeschi trova un netto rifiuto da parte degli Stati Uniti e della Francia, che (mica fessi) si sono resi conto che gli eventi bellici volgono a loro favore, e non intendono fare concessioni ai probabili perdenti. Con la Francia, i rapporti della Santa Sede andranno un po’ meglio verso la fine del pontificato, grazie anche al “bel gesto” della canonizzazione di Giovanna d’Arco. Bruciata da vescovi che comunque erano inglesi al soldo del re e sui quali si poté ipocritamente far ricadere tutta la colpa.

A guerra conclusa, Benedetto XV critica pesantemente il trattato di Versailles, definendolo trattato di guerra e non di pace; a onor del vero non ha torto, ma non è certo improbabile che (oltre alla sconfitta dei dilettissimi figli austrogermanici) gli bruci il fatto che il Vaticano sia rimasto escluso dalle trattative, per accogliere la richiesta dell’Italia che, per una volta seduta al tavolo dei vincitori, non voleva ingerenze del clero -e giustamente, viene da dire: bei tempi, quando era ancora vivo lo spirito risorgimentale di Porta Pia e il Venti Settembre era una festa nazionale…

Nel dopoguerra Benedetto XV, oltre che occuparsi delle vedove e degli orfani di guerra, cerca di dare nuovo impulso alle missioni, aprendo la strada al suo successore Pio XI. Ma, soprattutto, conclude ufficialmente la storia del non expedit, la direttiva vaticana che “sconsigliava” ai cattolici italiani la partecipazione alle elezioni e alla vita politica del Regno d’Italia; direttiva che comunque già da tempo veniva spesso “aggirata” in vario modo. E fu ben lieto della nascita del Partito Popolare Italiano, in seguito divenuto quella Democrazia Cristiana che per oltre quarant’anni governò paternalisticamente lo stivale e le cui metastasi, dopo mani pulite, sono ormai radicate in tutte le formazioni dell’attuale e vergognoso parlamento.

Chiude un pontificato marcato pesantemente dalla guerra, proprio a causa di una delle conseguenze della guerra stessa: si ammala di una delle tante micidiali influenze che infestano l’Europa e muore all’inizio del 1922.

Fra le storie familiari che da generazioni ci si passa in famiglia, una riguarda proprio Benedetto XV: durante il suo pontificato i miei nonni materni si recarono a Roma, in occasione di una sorta di udienza collettiva per gli sposi (le storie familiari sono imprecise sull’esatta natura dell’evento) e il loro parroco, amico di famiglia del cardinal Della Chiesa (famiglie signorili, naturalmente), aveva raccomandato a mia nonna Elena di portare al papa i suoi saluti.
Mia nonna non riuscì nell’ambasciata, troppo turbata ed emozionata per il fatto di trovarsi davanti, sia pure di sfuggita e per pochi secondi, il vicario di Cristo in Terra (nonna era una pia e devota donna educata secondo i canoni dell’ottocento, che si poteva pretendere?).
Ma col tempo, una volta freddata l’emozione, ogni volta che tornava col ricordo a quel mistico momento, nonna confessava una seppur rispettosissima delusione: lei che pensava di trovarsi davanti IL PAPA (le maiuscole aiutano a rendere l’idea?) si era trovata davanti, seppur bardato in ricche vesti, un ometto così piccolo, così insignificante… un
ometto, appunto, che in genovese è l’attaccapanni, una gruccia da abiti che reggeva i paramenti papali, così pare venisse definito papa Benedetto da nonna Elena negli ultimi anni di vita, ormai “rovinata” dalle letture di Hemingway e Pratolini che le passava mia madre negli anni 50…

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