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Il cavallo di don Francesco

12 maggio 12008

san Francesco«Voi andate alla Fiera del Libro?» Ora, in quel momento sulla strada c’ero solo io. Va bene che abbiamo di nuovo un governo di fascisti, pensai, ma che abbiano già obbligato un’altra volta a usare il voi mi sembrava eccessivo. Temo siano state le mie dimensioni extralarge a spingere l’interlocutore a usare nei miei confronti il plurale, immaginando che il singolare non bastasse per riuscire a rivolgersi a tutta quanta la mia persona. L’interlocutore in questione, con testa rasata, sandali di gomma ai piedi nudi, calzoni di tela grezza e zaino mi stava seguendo lungo la via che dalla stazione di Torino Lingotto porta alla Fiera, mentre la maggior parte degli altri passeggeri giunti insieme a noi in treno aspettavano il bus-navetta.

Chiarito che era sufficiente ci dessimo vicendevolmente del tu, il fin troppo cortese sconosciuto mi chiese se poteva venire con me verso la fiera, visto che mostravo di conoscere la direzione. Il mio sesto senso (l’unico ancora funzionante, gli altri cinque essendo ormai da tempo bisognosi di revisione completa) si mise blandamente in allarme, ma accettai di buon grado la compagnia dello sconosciuto. Tanto di strada ce n’era poca.

Poca, ma quanto bastò perché lo sconosciuto avesse il tempo di raccontarmi per sommi capi tutta la sua vita: studente di teologia, divenuto sacerdote per aver sentito la vocazione a 19 anni, aveva passato gli ultimi due decenni in un isolato paese della Calabria dove viveva senza neanche gas e luce per cinque giorni, e i rimanenti due (suppongo il sabato e la domenica) esercitando il sacerdozio, andando spesso per altre parrocchie in giro a fare il prete supplente dove serviva. Senza farsi mai pagare, rifiutando tutte le offerte personali. Presentandosi, disse di chiamarsi Francesco. Nome azzeccato, pensai. Misticamente pazzo come l’omonimo umbro più noto.

Aveva ormai, per usare una frase originale, gettato la tonaca alle ortiche, deluso dai parrocchiani che si mostravano annoiati alle sue prediche senza mai rispondergli con qualcosa di propositivo, ma solo ascoltando passivamente e guardando continuamente l’orologio quando parlava (non commentai, anche perché la logorrea del mio compagno di strada concedeva poche possibilità al dialogo, limitando le pause nel discorso a quelle strettamente necessarie per la respirazione); deluso anche dalle gerarchie ecclesiastiche che comunque lo tenevano da conto (dove lo trovi un fesso così che si fa il mazzo per quattro senza voler niente o quasi?); e soprattutto deluso dal fatto di non aver trovato la Madonna. Ora, non sono in grado di riportare il fiume di parole che mi accompagnarono nella mattina piemontese, ma il concetto che credo di aver capito era: i santi, i mistici e gli asceti, o erano “riusciti” nel loro intento ed avevano trovato la Madonna, o avevano condiviso la loro vita con “altri”, come San Francesco con Santa Chiara, o come Santa Teresa con “quell’altro” (non ricordava il santo da associare alla pazza di Avila).

Insomma, cominciai a pensare che quella che don Francesco stava cercando lui la chiamava Madonna, ma secondo me poteva essere definita con diversi termini molto più terreni. Com’è che si dice? La parte per il tutto?

Povero Francesco, si vedeva che non era tanto pratico delle cose del mondo, anche per il modo frenetico con il quale parlava o dal come rischiava di farsi arrotare ad ogni attraversamento di strada. Giunti alla fiera, vedendo la fila alle biglietterie mi chiese sconvolto «Ma si paga? Ma dobbiamo fare tutta quella coda?» Io, benché ateaccio materialista nonché genovese, mi ero ormai rassegnato al bel gesto di offrire il biglietto all’ex prete (in fondo, si fa più festa per un cristiano pentito che per un ateo convinto… no?) Invece, l’inquieto calabrese, vedendo un’entrata, senza fila di gente in attesa, con la scritta Ingresso scuole ebbe un’illuminazione «Ma io sono insegnante, dò ripetizioni di matematica! Provo a passare di là…» E senza neanche salutarmi si diresse verso l’ingresso riservato. Fu l’ultima volta che lo vidi, per usare un’altra frase originale. Secondo me, si è messo a raccontare la sua vita agli addetti alla sicurezza, li ha presi per stanchezza e lo hanno fatto entrare senza pagare. Me lo (e glielo) auguro.

Anche perché se lo sarebbe meritato, povero Francesco: oltre a dare ripetizioni, aveva provato a lavorare come muratore, dove avevano cercato di non pagarlo; poi, era riuscito quasi a farsi assumere come portiere in ospedale, ma gli era stato preferito “un handicappato” che in realtà si era rivelato un pezzo di marcantonio senza problemi fisici. (Perché sono così merdosamente cattivo da pensare che non mi stupirei se dietro quest’ultima storia ci fosse la longa manus della curia?) Mi raccontò che un’amica una volta gli aveva detto «Francesco, tu per vivere devi farti una corazza» Giusto consiglio, anche se a mio parere sarebbe stato un buon inizio se nel frattempo si fosse fatto l’amica…

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