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I Demoni di San Pietroburgo

10 maggio 12008

I demoni di San PietroburgoForse, se non fossi stato in un’astinenza trimestrale dalle sale cinematografiche non avrei mai scelto di vedere un film su Dostoevskij. Sono pur sempre un ateaccio materialista e il povero Fëdor Michajlovič non è certo uno dei miei scrittori o pensatori preferiti (pregiudizialmente, lo ammetto: non ho mai letto niente di suo a parte qualche brano che mi ha tenuto lontano dal resto; ma prima o poi prometto che cederò, sono pur sempre un bibliovoro bulimico).

Invece, col desiderio di rientrare nel buio di una sala, e convinto da un’amica (simpatica e pure gradevole alla vista, il che ammetto ha influito sulla decisione) sono andato a vedere I Demoni di San Pietroburgo. Il regista poi è Giuliano Montaldo e se non vado a sostenere la cinematografia italiana, addirittura genovese, che figura ci faccio?

Rovino la suspence e rivelo subito che il film non è malaccio. La mia confessata ignoranza dell’opera di Dostoevskij mi ha senz’altro impedito di apprezzare qualche passaggio dove sentivo distintamente l’odore della citazione letteraria ma pazienza, come ho detto cercherò di rimediare.

Nella San Pietroburgo di fine ′800 giovani anarchici complottano per sterminare la sacra famiglia dello Zar, incarnazione del potere oppressivo e retrogrado. Mentre, con l’aiuto di una giovane stenografa vistosamente cotta di lui, cerca di concludere la stesura di un romanzo sotto la spada di Damocle di un contratto capestro, Dostoevskij viene coinvolto nelle trame rivoluzionarie da un giovane ex terrorista, ora ricoverato in manicomio, che gli rivela i piani dei cospiratori implorando lo scrittore di fermare i rivoltosi: solo lui, che ha sofferto la deportazione in Siberia per il suo avvicinamento al socialismo, può riuscire a farsi ascoltare dai brigatis… chiedo scusa, volevo dire, dai cospiratori. Ma è facile fare questi paralleli, durante la proiezione.

Dostoevskij non è più il giovane dalle idee rivoluzionarie, la prigionia in Siberia lo ha segnato, facendone un uomo diverso, costantemente in preda al dubbio e agli angosciosi ricordi. E si trova suo malgrado trascinato nella lotta (e non solo idealmente: la ricerca dei terroristi lo porta a finire quasi sotto le spade dei cosacchi), sorvegliato dalla polizia politica, e rifiutato dagli anarchici che vedono in lui l’ambigua figura di un uomo un tempo simbolo della rivolta e ora traditore dei vecchi ideali. Con un romanzo da concludere in fretta (e qui, nonostante la mia ignoranza, ho cercato di capire di quale si trattasse: dovrebbe essere Il giocatore).

Sopra il tutto, un paio di attacchi di epilessia e gli onnipresenti neve, ghiaccio e gelo della Santa Madre Russia. Forse è anche per empatia durante il film che da due giorni ho un raffreddore che non mi dà tregua.

Aver visto Rai Cinema negli sponsor mi ha dato subito la sensazione di vedere uno sceneggiato (pardon, ora si dice una fiction: chiedo scusa, è l’età) allargato sul grande schermo. In realtà, pur con la mia ignoranza tecnica ho finito con l’apprezzare il taglio delle scene e l’illuminazione solo naturale delle scene à la Barry Lyndon (le candele si sprecano).

E ho apprezzato (pure molto) gran parte degli attori: dal protagonista (un attimo che frugo in rete… ecco, il serbo Miki Manojlovic) a Filippo Timi, grandissimo nella parte del giovane pazzo coi capelli alla Gesù Cristo; Roberto Herlitzka, il capo della polizia, è perfetto (ma la cosa non sorprende nessuno). Mentre le due giovani attrici… ehm… la “capa” terrorista (Anita Caprioli) è talmente sopra le righe da sembrare una caricatura; almeno la stenografa innamorata (Carolina Crescentini), dopo essere stata con gli occhietti lucidi per tutto il film si riscatta un po’ nelle scene finali.

Ho detto che il film non mi è dispiaciuto anche se alla fine pur apprezzando attori, recitazione e scene, rimane una spiacevole sensazione di incompiutezza. Molta bella forma ma (forse) sostanza pochina. Ma si è visto ben di peggio.

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