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La chiesa nella testa

5 maggio 12008

Die Kirche im Kopf Die Kirche im Kopf
Michael Schmidt-Salomon
Carsten Frerk

Die Kirche im Kopf, ovvero La chiesa nella testa. Una sorta di dizionarietto, redatto da due atei tedeschi, nel quale si elencano tutti i modi di dire, le espressioni, i vocaboli di provenienza religiosa che utilizziamo (beh, che utilizzano loro, i tedescoparlanti) ormai senza farci più caso. Nonché diverse altre voci relative a calendario, morte, bambini, matrimonio, aborto e simili argomenti di maggiore e minore peso specifico nei quali la ragione si trova a cozzare contro la religione. Il mio scarso tedesco da turista mi permette di capire sì e no mezza riga su ventitré, ma quanto basta per apprezzare.

E per riflettere soavemente, mutatis mutandis, su quanto anche in italiano per trovare la religione nel vocabolario ci sia solo l’imbarazzo della scelta.

Ecco quindi le prime cose che mi vengono in mente per dimostrare quanto sia difficile, per un ateo, trovare le parole giuste. Sorridendo, certo, ma sorridendo un po’ verde.

Basta guardarsi allo specchio, cominciando da quell’evidente bozzo che distingue noi maschietti dalle femminucce… ehm, no, guardando più in alto, non mi stavo riferendo a quello: io intendevo il pomo d’Adamo, dagli evidenti richiami biblici.

Se vogliamo dare un occhio al calendario (sorvolando per non perdere troppo tempo la numerazione degli anni eseguita a partire da un’ipotetica nascita) partiamo con il sabato e la domenica, giorni nati sacri per una religione o per l’altra (per tacere del resto della settimana dove ogni giorno scomoda una divinità olimpica), e passiamo alle feste “ufficiali” che a parte il loro ambito naturale saltano fuori in espressioni ormai correnti del tipo felice come una Pasqua o lungo come la Quaresima.

I santi, si sa, abbondano nel calendario ma anche al di fuori: sono noti i malanni definiti popolarmente fuoco di sant’Antonio o ballo di san Vito. Chi ricorda il film Moby Dick o comunque un qualche vecchio film marinaro sa di cosa parlo quando cito i fuochi di sant’Elmo. Forse non si usa più tanto andare col cavallo di san Francesco per indicare l’andare a piedi.

Evito la pubblicità, ma ricordo alcuni nomi femminili che, se santificati, rimandano a bottiglie di acqua minerale: Anna, Rosa, Lucia (quest’ultima con agganci anche caseari)…

San Bernardo, caso a parte, oltre che un’acqua può essere a scelta un traforo stradale, un cane o un monte (anzi due: grande o piccolo a seconda delle dimensioni).

A dire il vero, nella geografia si farebbe prima a dire cosa NON deriva dalla religione: quanti sono i paesi che prendono il nome da santi come Santa Margherita e San Marino, o da costruzioni ecclesiastiche come Pieve e Certosa?

Se di una persona che ha tradito la fiducia di qualcuno si dice che è un Giuda, un incredulo viene definito un san Tommaso. E se c’è chi ha la pazienza di Giobbe, altri hanno gli anni di Matusalemme.

Se una fonte di informazione non è del tutto affidabile si dice che non è vangelo, mentre un testo fondamentale in qualche materia è la bibbia di quel particolare sapere. E se qualcosa viene riferito senza aggiunte o correzioni lo si dice papale papale.

Un’impresa di vaste dimensioni contro qualcosa, sia una malattia, la criminalità, la droga o quant’altro viene definita una crociata; da quando san Giovanni (forse) scrisse la sua apocalisse descrivendo la fine dei tempi, il termine che prima indicava una rivelazione è passato ad indicare una rovinosa catastrofe.

Metafisica o meno, l’anima interviene nelle esclamazioni (all’anima!) e in espressioni idiomatiche (averne l’anima piena). E la compagnia latita quando non c’è un’anima viva.

Ed è evidente cosa significhi definire una particolare situazione, o un luogo o un momento, un inferno, un purgatorio o un paradiso. Come pure la sensazione statica di sentirsi in un limbo.

Citato l’inferno, ecco che anche la parte “sotterranea” dell’insegnamento religioso persiste nel linguaggio: le esclamazioni diavolo, che diavolo, ma vai al diavolo o a scelta all’inferno sono parlare comune, come pure l’espressione avere un diavolo per capello o il semplice definire qualcuno un demonio per la cattiveria e/o l’astuzia.

Per contro si definisce un angelo una persona buona e caritatevole. E un beniamino, inteso come il preferito, ci arriva dritto dritto dal nome di uno dei figli di Giacobbe.

Con Beniamino e Angelo si apre il capitolo dei nomi propri: cito ancora i nomi maschili Serafino per restare nelle schiere celesti, Salvatore da un attributo di Cristo e Santino che toccava spesso ai nati del primo novembre. Mentre per i nomi femminili può bastare ricordare quelli derivanti dalle innumerevoli madonne e festività connesse sparse per il calendario: Immacolata e Concetta dall’8 dicembre, Assunta da Ferragosto, Nunziata dal giorno dell’annunciazione; per tacere del non benaugurante Addolorata (che sembra così fascinoso quando è tradotto nel Dolores spagnolo) e del poco comune Nives dalla Madonna della Neve.

Per non parlare poi di un’usanza che -fortunatamente- va sparendo o perlomeno rimane endemica di certe località, tipo Roma: utilizzare il termine un cristiano per indicare un essere umano, in genere contrapposto agli altri animali (“chi non ama le bestie, non ama neanche i cristiani“).

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