Skip to content

La breve rincorsa della Lupa

16 agosto 12018

Contrada_della_Lupa-StemmaCome previsto, il cencio belga non è piaciuto ai più, compreso il vescovo che si è rifiutato di benedire un drappellone che non raffigurava l’iconografia del Palio come si deve. Amen. Motivo di più per farelo piacere,’sto cencio, l’odore di zolfo.

Ciononostante, le dieci contrade han corso la carriera intenzionate comunque ad aggiudicarsi il drappellone in odor di eresia, e a giudicare dalle scene finali, i contradajoli della Lupa -che era di rincorsa e poco favorita come cavallo, e invece dopo una breve mossa…- che si son gettati come da copione all’assalto del cencio conquistato non sembravano particolarmente colpiti dalle parole dell’eccellente e reverendissima autorità curiale.

Annunci

Il cencio di agosto

10 agosto 12018

Per il drappellone del palio dell’Assunta, i senesi hanno scelto un belga: Charles Szymkowicz. Che già googlando un po’ a cercare le sue opere definite non a torto neoespressioniste, avevo immaginato che lo avrebbero criticato: e infatti curiosando qualche sondaggio “senese” in rete, vedo che non riscuote molti consensi.

Che dire, a me mi garba, forse per i colori intensi, forse perché lo stile non mi dispiace, forse -lo ammetto- perché la Madonna non sembra neanche la Madonna…

cencio agosto 2018

Gli allegri artisti di Oslo

8 agosto 12018

Oslo_komm.svgOggi ad Oslo piove, tempo adatto per dedicarsi a due fra gli artisti più allegri del poco conosciuto pantheon norvegese. Beh, no, come devo aver già detto questi due li conoscono in tanti. Uno è il pittore Edvard Munch, famoso per l’Urlo, che in fatto di parodie e citazioni credo sia inferiore solo alla Gioconda. Il secondo è il già citato Henrik Ibsen, autore fra le altre cose di uno dei miei drammi favoriti, Casa di Bambola, il nome della cui protagonista Nora ho scoperto oggi in norvegese si pronuncia “Nura”.

 

Munch MuseetIl Munch Museet è un piccolo edificio, dove in una mezza dozzina di sale vengono esposte a rotazione diverse opere del pittore. Bello, piacevole da girare, ha due interessanti caratteristiche (almeno). La prima, la presenza di disposizione di una sorta di divano-muretto in ogni sala per accomodarsi e godere della vista dei quadri, e dove è possibile anche sdraiarsi per guardare un monitor sul soffitto che trasmette particolari delle opere esposte.

La seconda, una sala disegno al termine del percorso dove chi ne ha voglia può cimentarsi con pastelli e matite colorate per copiare un’opera posta a modello (anche qui, scelta a rotazione) I disegni sono esposti sul la parte a fianco, e certi devo dire che mostravano un certo stile.

Munch Museet

 
 

Il famoso Urlo non è fra le opere esposte, si trova alla Nationalgalleriet vicino al Palazzo Reale. Come cartolina, un pot-pourri di volti raccolti dall’esposizione di oggi.

Munch Museet

 


 

Ibsen WCL’altro protagonista di questa giornata piovosa anche lui con il suo bel museo personale, è Henrik Ibsen, iperpresente in busti, ritratti, sagome al neon, riproduzioni sulle porte e anche sulle mattonelle del bagno (si veda a fianco: un attimo di problema l’ho avuto, a liberare i tubi mentre qua e là dei piccoli Ibsen sul muro mi indicavano a dito…)

 

Ibsen neonSe la visita “libera” all’esposizione di poster, locandine di ieri e di oggi, qualche vecchio vestito di scena e -come accennato-mille raffigurazioni dell’autore, può interessare forse solo un vecchio topo di teatro come me, la visita guidata (in inglese) alla casa Ibsen, l’ultima residenza del drammaturgo è più interessante (purtroppo le rigide regole -non toccare nulla, non separarsi dal gruppo, e soprattutto non fotografare col flash&hellips;- non mi hanno permesso di avere un granché di documentazione fotografica. Pace, in fondo era la casa di un benestante norvegese di fine ottocento, con mobili e oggetti lasciati intonsi dalla morte di Ibsen, e spesso con le sale chiuse e inaccessibili, visibili solo dietro un vetro.

 

Ibsen bustoLa parte migliore era l’aneddotica associata alla vita di Ibsen: il fatto che ogni tanto guardasse fuori dalla finestra senza sapere che sulla strada la gente aspettava che si affacciasse solo per dire di averlo visto (si accontantavano di vedere i famosi favoriti bianchi che durante la residenza in Italia gli avevano valso il soprannome di “capellone”); il continuo avvicendarsi delle domestiche licenziate dalla gelosa e devota moglie Suzannah, perché pare che il canuto norvegese avesse una personalità carismatica e riscuotesse successo fra le donne maxime le giovani; e il fatto -subodorato dalla presenza di tanti ritratti- che fosse un pochino ma poco poco narcisista.

 

Saluto Ibsen, seduto in maniera forse non troppo dignitosa al di fuori della propria casa, di guardia al marciapiede dove sono riportate incise o a lettere di metallo citazioni dalle sue opere

Ibsen Museet

 

Colonne di gente ammassata

7 agosto 12018

Oslo_komm.svgVigelandpark, il parco delle sculture di Oslo. Pare che ogni anno sia visitato da un milione di visitatori. Non stento a crederlo. Oggi non si capiva se c’era più bolgia nel vialetto principale o sulla famosa colonna-obelisco (o per chiamarla col suo nome Monolite) che troneggia nel cuore del parco.

 

Oslo case Dovrebbe essere un luogo sufficientemente noto, un giardino pubblico sempre aperto, nella parte occidentale di Oslo, circondato (si fa per dire, non è un vero assedio) da villini dei quali non oso pensare il prezzo (in corone norvegesi o in Euri, indifferente) e che ospita una piacevole pletora di belle sculture dell’artista Gustav Vigeland, questo temo ignoto ai più (trovare norvegesi DAVVERO famosi non è facile: adesso qualcuno conosce Munch per l’Urlo, magari qualcun altro si ricorda di Ibsen a teatro, e a grattare bene forse salta fuori il nome di Amundsen al Polo Sud, ma è grasso -di foca- che cola…) la più famosa delle quali è appunto un monolite dove si affastellano corpi nudi in una sorta di “corsa” verso l’alto. Altro must delle fotografie è la Ruota della vita subito alle spalle del monolite.

Monoliteruota

Oslo VigelandL’altro monumento più fotografato del parco è un odioso marmocchio frignante e col belino di fuori (la maggior parte delle statue del parco pratica il nudismo integrale, senza distinzione di sesso o età) che tutti accarezzano, suppongo come gesto apotropaico, proprio sul prepuzio. Tutti i bronzi hanno questo destino, un pezzo sporgente che dovrebbe portare fortuna: il seno di Giulietta a Verona, il bozzo nei pantaloni sul monumento funerario del povero Victor Noir a Parigi, sul quale ormai le ragazze facevano esibizioni di lapdance

Ci sono diversi temi che ritornano fra le statue, coppie uomo-donna forse innamorati, età della vita a confronto, lottatori… io ne ho trovate alcune che potrebbero essere catalogate come ultimate eXtreme Baby Sitting

1232

A fianco del parco si trova il Vigeland Museet ovvero l’edificio dove lo scultore visse e lavorò negli ultimi anni di vita (ultimi un belino, le cronache dicono dal 1919 -era già famoso internazionalmente allora- al 1947, quando ci lasciò il gambino) lavorando appunto alla costruzione del parco, in accordo con la città di Oslo che in cambio del vitalizio urbanistico otteneva il lascito di tutte le opere dell’artista.

Nel museo, che è in pratica una gipsoteca, come dicono quelli che se ne capiscono di arte, oltre a molti gessi propedeutici alla costruzione delle statue del parco, raccoglie anche altre opere di Vigeland, tipo questo studio per il sarcofago di Ibsen (quel simpaticone sempre sorridente già citato sopra, lo si incontra spesso parlando di Oslo) e che potrebbe avere come titolo un genovese “non vuol quetare manco da morto

Ibsen

Lunedì di chiusura ad Oslo

6 agosto 12018

 

Oslo_komm.svgChe uno chiede, tu con lo sci che cribbio c’entri, che se tu sei sportivo allora i Savoja sono repubblicani?

Intanto, una volta nella vita ho fatto sci di fondo, e ho capito perché si chiama di fondo: nell’unico tratto lievemente in discesa ho preso una culata da star sveglio la notte per il dolore.

E poi, al lunedì a Oslo quasi tutti i musei sono chiusi, come da noi. Una delle poche attrazioni visitabili comunque oggi è il Museo dello sci con annesso ascensore per il trampolino olimpionico a Holmenkoller, ad una mezzoretta di metropolitana fuori porta. (“metropolitana” che per arrivare qui in collina fa più curve di un treno di montagna, costeggiando boschi e centri visibilmente ma non eccessivamente abitati (tutte casette in legno nuove e ben tenute, al massimo di tre o quattro piani dove gli architetti si sono -dignitosamente- sbizzarriti)

DSC00531

Il trampolino “sarebbe” il più antico trampolino da sci del mondo, e “sarebbe” quello usato per le olimpiadi invernali del lontano 1925 (infatti espone orgogliosamente i cinque cerchi) ma è stato rifatto più volte della faccia di Berlusconi, l’avatar attuale è del 2010.

Per arrivarci a piedi dalla moderna stazione della metro, all’aperto in mezzo quasi al niente, l’orografia mi costringe ad una ventina di minuti di salita durante i quali bestemmio in tutte le varianti possibile del norvegese (sì, perché in questo paese esteso poco più dell’Italia, dove abitano in pratica quattro gatti -la metà degli abitanti della Lombardia, più o meno- ogni cittadina, paese, aggregazione, parla una variante differente di norvegese, e anche la versione “ufficiale” in realtà non è stata ancora decisa: si giocano il titolo il bøkmale il nynorsk fra i quali ci sono ventimila piccole differenze -e per aumentare l’entropia, nynorskche vorrebbe dire “nuovo norvegese” è in realtà il norvegese più “classico”, più “antico”. Ma torniamo alle bestemmie)

Giunto in imperdonabile stato di peccato mortale al museo (per me gratis, grazie al costoso ma utilissimo tesserino Oslo Pass che mi serve anche da tessera per i trasporti) giro con ammetto non eccessivo interesse fra le teche che ospitano vecchi e nuovi attrezzi invernali, antichi vestimenti pesanti un po’ goffi e imperfetti e varie altre amenità. Compresa la ricostruzione di un vecchio rifugio alpino (sì, i monti si chiamano Alpi anche qui) dove non so se si riesce a leggere fra i tubetti un preoccupante klister

P1010009P1010018P1010023

Preso l’ascensore-funicolare che all’interno delle impalcature ci porta in cima al trampolino (o meglio su un terrazzo panoramico al di sopra) mi godo nonostante la mia minima compatta digitale e la luce infelice e fosca del mattino la visione di Oslo -decisamente una cittadina e non una megalopoli- e del suo fiordo pieno di isole. (fra l’altro ho googlato, il mare del Nord “vero e proprio” o meglio il canale dello Skagerrak si trova ad un centinajo di kilometri più a Sud. Più o meno come se da noi il mar Ligure arrivasse a Firenze)

P1010032


Cartolina di chiusura: il trono di spade, pardon, di sci
costruito in onore della multimedagliata campionessa di fondo
Marit Bjørgen (inutile specificarne la nazionalità, vero?)
che con una trentina di medaglie di varî metalli
è l’atleta invernale più premiata della storiaP1010025

Nonostante le botte che ho preso… (ovvero Oslo mon amour, prima)

5 agosto 12018

Oslo_komm.svgMi sono già innamorato di Oslo, nonostante sia qui da meno di un giorno (e ho già imparato alcuni trucchetti, tipo abbuffarsi in modo vergognoso al buffet della colazione per poter saltare il pranzo o quasi, e fuggire da bravo vecchietto le ore torride del primo meriggio e approfittare la sera della luce tardiva di queste latitudini)

turistaLegoInnamoramento curioso, stante un viaggio stressante al massimo: ho lasciato la casa senza corrente e sa il cielo quando verranno a ripararmi il guasto al mio ritorno sotto Ferragosto; durante il viaggio i voli avevano dalla mezz’ora all’ora di ritardo, e meno male che a Copenaghen dovevo sostare circa quattr’ore fra un volo e l’altro (a proposito, la foto qui a fianco è giusto presa all’aeroporto di Copenaghen, credo l’unico al mondo dove fra le boutique ci sia quella del Lego®: si tratta del tipico turista kitsch fatto coi famosi mattoncini); last not least, sono stato graziosamente accompagnato durante i voli da uno dei miei soliti attacchi di semicoliche renali a base di sabbia calcarea.

Se ci mettiamo poi che, come raccontano più e più volte tutte le guide turistiche e chiunque ci sia stato, Oslo è carissima, più cara del sangue (mi verrebbe da dire che per pagare qualunque cosa devi lasciarci un rene, ma oggettivamente quel rompibelino del mio rene destro oggi lo abbandonerei volentieri fra i fiordi…) e lo è con una naturalezza oserei dire sfacciata: il cambio è facile, una corona è grosso modo 10 centesimi di Euro, per cui il valore “effettivo” dei prezzi ti è sbattuto in faccia con una facilità disarmante e deprimente. Eppure

 

DSC00464.JPGSarà stato il primo giro stamattina, fatto da bravo turista (a differenza del sopraccitato Lego® non ho il berretto e nemmeno le sporte, mi sposto con uno zainetto -quello, ahimé sì, carico di carabattole- e l’unica macchina fotografica che ho è una minuscola digitale compatta) col battello che costeggia i fiordi locali, fra le tante isolette, certe abbandonate, certe abitate (!) e con splendide casette di legno, comprese le minuscole “case da bagno” dove i norvegesi vanno per stare al sole -magari nudi- senza essere visti; sarà stato il mettersi a dormire alle dieci di sera che ancora c’era un raggio di sole, e il fatto che nonostante il caldo, il vento fresco del mare mi dava quasi dei brividi; saranno i mezzi pubblici iperfunzionali e le architetture, anche quelle moderne, gradevoli e belle; e non nego neppure che il panorama di numerose ragazze bionde e ben cresciute con leggeri vestitini estivi abbia contribuito a rallegrare un arrivo altrimenti catastrofico

RadhusetCartolina di chiusura: il Rådhuset, ovvero il municipio,
visto dal mare rientrando (appunto) dal giro nel fiordo

Un Drago in pessima compagnia

2 luglio 12018

Contrada_del_Drago-StemmaNon voglio pensare, come ho già detto, che stasera Siena è invasa dai nuovi barbari  che la comandano, compreso il ministro della menzogna e della paura (e non solo lui)  per una volta lontano dagli sbarchi e dalle pessime figure internazionali.

Non voglio che l’orrida situazione contingente mi rovini una tradizione.

Per cui dirò solo che dopo una luuuuuunga mossa dove Montone e Tartuca in particolare si sono in un certo senso adoperati, disturbando fra i canapi, per rimandare a domani la carriera di Provenzano, e lasciare magari a bocc’asciutta gli ospiti fasciorazzisti (inutile , ce l’ho in gola sta cosa, e vorrei ben vedere) il Drago, tallonato per tutto il tempo dall’Oca, si è aggiudicato il palio di Provenzano.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: