(ri)Letture – L’africano
Mario Cavatore
L’africano
Einaudi
Di Cavatore avevo già letto con entusiasmo Il seminatore, storia di zingari e di scheletri nell’armadio della civilissima Svizzera: mi aveva (piacevolmente) impressionato e affascinato fin dalle prime pagine, credo di averlo letto in una sera. Così, quando vidi in libreria questo suo secondo libro, lo acquistai a scatola chiusa. E la storia si ripeté.
Per i bradisismi del mio non-arredamento, qualche giorno fa è tornato a galla nelle pile di libri che da anni invocano uno scaffale qualsivoglia. L’ho ripreso, l’ho un po’ sfogliato, e ho finito per leggerlo tutto una seconda volta. Sempre in una non stop serale.
Storia ben poco allegra.
Un (italiano) ex mercenario, ex legionario, ex chissà che altro finito in qualche modo a coltivare la vite in Ruanda, la bellissima donna tutsi della quale si innamora, un depresso “smemorato” belga che vive o meglio sopravvive in un quartiere “africano” di Bruxelles, l’immalinconita e stanca impiegata comunale dell’assistenza sociale che si deve occupare del suo caso.
Pochi personaggi principali che popolano questo (tipograficamente) breve intreccio dove i capitoli si alternano fra due scenarî geografici e temporali, il Ruanda del 1994 un attimo prima del massacro genocida, e la Bruxelles di pochi anni dopo dove riemergono le peggiori destre flamandes e le insofferenze tra fiamminghi e valloni si colorano di cupi riflessi accostate alla sanguinosa guerra civile fra tutu e hutsi.
E il breve riassunto degli avvenimenti del 1994, in una paginetta sola, graffia come la carta vetro.
Breve ma splendido, in poche righe riesce a definire un personaggio completo, o a immergere nell’atmosfera di un villaggio ruandese.
Bellissimo.
Un incipit ci sta sempre bene:
Finita la salita, vicino alla grande pietra bianca in cima alla collina, il comandante Bébert si fermò, accaldato. Si tolse il basco, per asciugare i capelli al vento, e accese una sigaretta.
Da lassù, quando il tempo era bello e la nebbia si diradava, si vedeva tutto il Ruanda. Ed era un bel vedere. Dietro, a nord, i grandi vulcani: il Karisimbi con la punta bianca di neve e il Visoke verdissimo. Davanti e giù i laghi e le mille colline, tutte lavorate in tondo, con le case o le capanne in cima.
Solo il rosso della laterite, nelle stradine e nelle zone erose, faceva capire che anche questa era Africa.
Nulla era lasciato incolto, tutto sfruttato: tanto caffè, tanto tè, poi orti e orticelli, curatissimi.
Sarebbe stato un piccolo paradiso: fertile, non troppo caldo, umido il giusto. Se non avessero esagerato.
Bébert scosse il capo, arrabbiato.
Non lasciavano riposare la terra, nessuna rotazione delle colture, niente maggese, e i grandi alberi tutti tagliati per far legna da ardere.
A ogni acquazzone qualche pezzo di terreno fradicio se ne scivolava a valle: dovevano andarselo a riprendere, con le ceste, per rifare le terrazze.




