Alla rivoluzione sulla Due Cavalli

Alla rivoluzione sulla Due CavalliL’ho letto sabato sera in un’andata-ritorno sull’autobus, un paio d’orette scarse.  Se ne deduce intanto che non mi deve certo essere dispiaciuto, se sono arrivato fino in fondo senza soste. Se ne deduce però quel che è già abbastanza evidente: che più che un romanzo è un racconto.

Scritto bene, qua e là ironico e divertente, con una carrellata veloce di personaggi molto credibili, nel bene e nel male: dalla vecchietta francese difesa dalla “mandria” di  mastodontici alani, ai purtroppo realistici franchisti di quella Spagna clericofascista che sembrava destinata a durare in eterno. Una sorsata di nostalgia, anche se non parla dei fatti italiani dell’epoca. (a parte una minima citazione sulle bombe che esplodevano qua e là negli anni Settanta)

Leggere e ricordare che all’epoca, benché adolescente curioso che si informava caoticamente del mondo, fino allo storico aprile 1974 nulla sapevo di quel Portogallo assopito sotto un’altra dittatura clericale e fascista. Portogallo del quale mi sarei innamorato decenni dopo. E difatti, se una cosa mi è mancata nella lettura è proprio il Portogallo, che aleggia vagamente per tutte le pagine e compare solo verso la fine (ovviamente), ma si tratta di una mia lusomania che riconosco essere patologica. :-)

Una cosa che invece mi ha appesantito (ma appena appena) la lettura sono i discorsi su Truffaut fatti da uno dei protagonisti: lo confesso, io del François ho visto solo Fahrenheit 451 (da bravo bibliomane) senza appassionarmene troppo, per cui le citazioni relative a Jules e Jim, al Ragazzo selvaggio, e a tutto l’universo da cinéphile mi sono un po’ passate sopra…

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