Il signorino
Natsume Sōseki
Bocchan (il titolo originale) ovvero “signorino”, via di mezzo fra un titolo di cortesia e una presa per i fondelli.
Secondo la (mai troppo affidabile) quarta di copertina, è uno dei libri più letti in Giappone. Non male, per un libro di inizio ‘900. Definito una sorta di Giovane Holden del Sol Levante. Personalmente, del Salinger non sono mai riuscito ad andare oltre le primissime pagine, con buona pace delle anatre di Central Park. Invece questo l’ho finito e mi è pure garbato. Si vede che non sono così occidentale come credevo.
Certo che il protagonista, l’innominato signorino che dalla capitale Tokyo è costretto ad andare ad insegnare in una scuola di provincia, e che pare non sia altri che l’autore stesso; il protagonista, dicevo, proprio un mostro di simpatia non lo è, anzi: scostante, egocentrico, asociale, irascibile, convinto che ad eccezione di Tokyo il Giappone sia abitato solo da buzzurri (e forse tutti i torti non li ha). Ma possiede, e bisogna riconoscergliela, una sorta di rude schiettezza un po’ naïf, che fa a pugni (letteralmente) con le false cortesie dello sperduto microcosmo provinciale. Il paesino è un covo delle peggiori piccinerie. Maldicenze, ipocrisie, falsità e doppiezza; non siamo proprio ai peccati di Peyton Place ma nel loro piccolo anche i colleghi di Bocchan non scherzano. E il “moderno” tokyoita mal si adatta a questa vita troppo formale e falsa persino per un giapponese.
Il protagonista appioppa soprannomi a destra e a manca, e forse anche il leggere ad ogni pagina nomi come Porcospino, Camicia Rossa e simili, ha fatto sì che immaginassi i personaggi come le caricature di un manga un po’ grottesco. Il che non ha per niente nociuto alla lettura.


