Un anno dopo

Quanto può essere ripugnante un uomo che un anno fa, senza mai aver visto le condizioni nelle quali versava il corpo di Eluana Englaro, si abbandonava a delicate espressioni come “ha le mestruazioni, potrebbe avere un figlio” ? (Del resto si sa che per quest’essere le donne servono solo per fare due cose, bambini e pompini)

E quanto può essere ipocrita un individuo che dopo un anno non ha una parola per il dolore del padre di Eluana ma ritiene doveroso scrivere una lettera di ringraziamento a delle cazzo di suorine scusandosi, in pratica, per non essere riuscito ad imporre per legge i diktat clericali?

Lascio la parola a Vauro, grande oggi come sempre.

Ah, dimenticavo: negli eventuali commenti, astenersi credini e bigotti.
Sarebbero fanculati e cassati senza appello.
No, non è un atteggiamento democratico. Ma come dico spesso, questo blog è casa mia.

Letture – Caim

Tempo addietro, la pubblicazione del Vangelo secondo Gesù Cristo di Saramago aveva provocato le ire del clero lusitano, sollevando un polverone tale che lo scrittore ha fatto armi e bagagli e dalle rive del Tejo si è ritirato alle Canarie con la moglie.

Recentemente l’Einaudi berlusconiana ha rifiutato di tradurre in italiano il Quaderno di Saramago per le considerazioni sul nostro Nanopremier contenute nel libro.

Questa volta mi sa che il vecchio José li ha di nuovo contro tutti e due, pretacci e forzitalioti. Il suo ultimo romanzo, Caim, uscito da pochi mesi in Portogallo, ha già provocato le reazioni isteriche deli vescovi, e curiosamente non sembrano esserci sentori di traduzioni italiane prossime.

Io ho cominciato da poco a leggere il libro, una riscrittura della Genesi dove, tanto per non leggere alcunché di inviso alle gerarchie ecclesiastiche :D dio (sempre scritto in minuscolo) ammette di essere se non complice di Caino, quanto meno istigatore del fratricidio…

Inutile specificare se il libro mi garbi o meno: il Nobeluomo Saramago, oltretutto, si abbandona sempre di più ad una sottile ironia, il che è bello e istruttivo. Come in questo passo dove Eva, dopo la cacciata dall’Eden, coperta alla bell’e meglio con pelli di animale ritorna alle porte del Paradiso Terrestre per provare a chiedere al cherubino di guardia (il famoso angelo dalla spada fiammeggiante) un po’ di cibo per sé e per Adamo

…E dove potremmo andare, disse eva, siamo nel mezzo di un deserto che non conosciamo e nel quale non si vede un sentiero, un deserto dove in tutti questi giorni non si è vista anima viva, dormiamo in un buco, mangiamo bacche, come ha detto il signore, e abbiamo la diarrea, Diarrea, che cos’è, chiese il cherubino, Si può chiamare anche cagarella, il vocabolario che il signore ci ha insegnato ha parole per tutto, avere la diarrea, o la cagarella, se ti piace di più questa parola, significa che non riesci a tenere la merda dentro di te, Non so di cosa parli, Vantaggi dell’essere un angelo, disse eva, e sorrise. Al cherubino piacque vedere quel sorriso. Anche in cielo si sorrideva molto, ma sempre seraficamente e con una espressione leggermente contrariata, come a chiedere scusa dell’essere contento, sempre che quella si potesse definire contentezza. Eva aveva vinto la battaglia dialettica, ora mancava solo il mangiare. Disse il cherubino, Vado a prenderti della frutta, ma tu non raccontarlo a nessuno, La mia bocca è sigillata, ma ad ogni modo mio marito lo verrà ben a sapere, Torna con lui domani, dobbiamo parlare. Eva si tolse la pelle che le copriva le  spalle e disse, Usa questo per portare la frutta. Era nuda dalla testa ai fianchi. La spada brillò con maggior forza, come se avesse ricevuto un improvviso flusso di energia…

Inutile precisare
che se c’è qualcosa che non va in questo brano,
è solo colpa della mia traduzione
a brettio,
non certo di Saramago ;)

Bis repetita

Tempo fa, avevo scritto un post a proposito di un centro commerciale Carrefour e di un loro comportamento non esattamente encomiabile. Anzi diciamo pure schifosamente razzista.

Riassumo: una madre, nel suo blog, raccontava di aver portato il figlio autistico ad un evento per bambini in un centro commerciale Carrefour dove era stata insultata, fra gli altri, da una delle addette del centro che una volta conosciuti i problemi del bimbo se ne era uscita con un “Ma se non è normale non lo deve portare in mezzo alla gente“. Per i dettagli rimando al post di molti mesi fa, dove fra i commenti c’è anche la patetica circolare spedita dalla Carrefour a tutti i blogghettari che avevano pubblicizzato la cosa.

Una volta è un caso, ma due volte?

La Carrefour ritorna a mostrarsi come fulgido esempio della nuova ventata di razzismo che attraversa la nostra bella penisola: come si legge sul blog di Alessandro Gilioli, nel sito della Carrefour considerano la presenza di nomadi  nei dintorni dei propri centri  commerciali come un fastidio da segnalare al servizio clienti.

Citando il finale di Gilioli:

In attesa che si possa segnalare alla Carrefour anche l’eventuale presenza nei dintorni dei loro punti vendita di neri ed ebrei, mi astengo dallo spaccargli le vetrine solo per indole nonviolenta, e mi limito a non metterci più piede per il resto dei miei giorni.

Sdrammatizzando

E passi che simpaticamente io vada sempre in giro a dire che a causa del mio fisico non proprio snello (delicato eufemismo) ho sempre trovato interessanti i cetacei, in particolare -ovviamente- le balene. :wink:

Un po’ più preoccupante il fatto che adesso, mentre si avvicina silenziosamente un compleanno di queli “importanti”, mi sono messo a leggere libri sui trilobiti, che saranno certamente un argomento da molti giustamente ritenuto affascinante, ma pur sempre fossili sono… :shock:

Sursum corda

Quando entri in letargo, è dura tirarsene fuori. Specie se il generale inverno si scatena con un meteo rigido come da tempo non ricordi. L’inverno prossimo mi sa che cerco un bozzolo.

Edificanti pensieri

Nonostante la semidepressione stagionale, il bibliostillicidio economico non si è arrestato (cosa strana, di solito nei pressi del buio solstizio i miei acquisti librari subivano un quasi piacevole tracollo: quest’inverno è proprio un’anomalia…)

Gli ultimi acquisti (o i primi dell’anno, se si preferisce) li ho compiuti presso una delle poche librerie  del centro “a conduzione umana” che resiste ancora e sempre (no, non “all’invasore”, quello era Astérix) all’assalto dei supermercati multimediali (nel nuovo megacoso Feltrinelli da poco inaugurato sono entrato due sole volte: la  prima per curiosità, fuggendo inorridito, la seconda perché al seguito di una piacevole compagnia e chiederei alla giuria il favore di non abbandonarsi a certi pensieri sulle capacità trainanti femminili)

Ho scambiato anche un paio di parole col gestore che mi conosce e, bontà sua, mi considera “un cliente fedele“. Per la cronaca, mi ha promesso che terrà aperta la libreria, anche se ancora per pochi anni per banali motivi pensionistici; per sopravvivere con meno problemi si è  da poco convertito al mercato dei remainders, e  mi ha confessato che si morde le mani per non averlo pensato prima, si sarebbe tolte tante di quelle grane… insomma, i tempi cambiano, ma non mi è parso troppo preoccupato del futuro.

I libri che ho preso, un’antologia di racconti (nuova) e un romanzo (metà prezzo) sono per combinazione della stessa collana, entrambi di gggiovani autori made in USA e a giudicare dai risvolti deprimenti il giusto per interessarmi, il che spiegherebbe la scelta dei volumi. Però, però…

Solo quando, giunto a casa, li ho gettati un momento sul letto per cambiarmi, ho letto i due titoli affiancati: “Va tutto bene” e “Ragioni per vivere“, e ho sospettato un’epifania: sarà mica che il mio subconscio mi sta mandando dei subliminali messaggi antidepressivi?

Ou belin, ci manca solo che divento ottimista… :shock:

Rosarno razzista, relata refero

Hai voglia a cercare di rinchiuderti in te stesso, a voler lasciar fuori il letame che sale, a ridurre un blog già un po’ solipsista di suo ad una sorta di diario liceale appena appena un po’ cresciuto. Complice anche questo schifoso tempo invernale che piglia a martellate la tua depressione latente, fanculo l’inclinazione dell’eclittica.

Ma anche se cerchi di isolarti, non riesci lo stesso ad ignorare quel che succede, c’è poco da fare, non è nelle tue corde, i tuoi neuroni si sono svezzati negli anni 60 e 70 e qualcosa rimane sempre.

E sei pure conscio che se ti metti a scrivere qualcosa sul razzismo dei tuoi purtroppo connazionali, sulle cronache calabresi di questi giorni, sulle dichiarazioni di un ministro degno del Sudafrica d’antan, i tuoi neuroni stessi troppo svezzati negli anni 60 e 70 ti farebbero scrivere solo degli sfoghi da gruppettaro o sequenze di contumelie al limite del reato.

Meglio allora mettersi da parte, bestemmiare urlando fra le pareti di casa, e fare da cassa di risonanza a chi, meglio di me, riesce ad affrontare l’argomento.

Da un lato, un blog dove a differenza di questo, si scrive poco e bene: Velle est Posse dal cui intervento, alla cui lettura ovviamente rimando, cito solo questa frase finale: Se fossimo loro, forse, non aspetteremmo nemmeno alcune pallottole di un’arma ad aria compressa

Più divertente, ma a pensarci bene mica poi tanto, l’arte di Marco “Makkox” Dambrosio, del quale mi permetto di presentare questa vignetta rubata da Macchianera, evitando con cura i lunghi interventi di Filippo Facci (in realtà l’immagine è linkata, quindi presumo nessuno se ne abbia a male ) :)

In fondo, anche il mio diario del liceo era pieno di ritagli di giornale…

Le hérisson, c’est moi

Evidentemente sono l’unico a cui non è dispiaciuto il film tratto da L’eleganza del riccio di Muriel Barbéry che tanto successo ha avuto oltralpe. Niente di che, pieno di difetti e di limiti rispetto al libro (che ho molto apprezzato); ovvio che si perdano molte sfumature come sempre accade in queste trasposizioni; facilmente si nota che nel passaggio sullo schermo, con una facile battuta, L’eleganza si perde e non solo nel titolo. Ma la proiezione mi ha fatto passare un piacevole centinaio di minuti senza troppe pretese e tanto mi basta. Sorvolo sul fatto che ho trovato inquietanti somiglianze (curioso, sulla pagina stampata non le avevo notate, ma cambiando medium…) fra il sottoscritto e la burbera concierge dalla insospettata biblioteca; se mi soffermassi su questi particolari dovrei accendere un mutuo per pagarmi i prossimi anni di analisi, e non sono questi i tempi… :shock:

Tornando al film, sul Fatto quotidiano lo stroncano senza pietà, ma chi recensisce confessa pure di non aver amato il romanzo e quindi chettelodicoaffà?… In realtà “non aver amato” è un mio gentile eufemismo per nascondere la frase da intellettualoide con la puzza (propria) sotto il naso il romanzo, alimentato a gauche caviar, rimane mediocre” che già da sola mi aveva fatto venir voglia di non leggere più il quotidiano di Travaglio al quale sono abbonato in rete (ma io sono vagamente incline a scatti d’ira di una violenza degna di miglior causa, e sono conscio di non dover essere preso ad esempio :evil: )

Su Internazionale riportano la critica francese di Libération, dove la puzza sotto il naso prende i colori, qui sì, della gauche caviar:Il film è insulso sia politicamente sia socialmente

Epporcocazzo, giusto per usare un francesismo, mica dico che sia un capolavoro che verrà citato nei corsi universitarî ma che è, possibile che se al cinema uno non vuol vedere quegli insulti all’intelligenza che sono i cinepanettoni o i blockbusters dal sapore nullo come un hamburger da fast-food, debba per forza rivolgersi solo ed esclusivamente agli irritanti cerebrorasponi osannati da Ghezzi in fuorisincrono? (ecco, l’avevo detto che mi scaldo oltre il necessario anche quando non è il caso: l’unico motivo per cui non finirò fra gli iracondi all’inferno è perché come sbattezzato sono un apostata e quindi mi spetta un posto di diritto fra gli eretici :twisted: )

Sisifo Felice

Ancora questo e poi basta, che in questo inizio di anno ’sto blog, già troppo serioso di suo, sta diventando un obituario.

E se Camus è morto cinquant’anni fa in un (come avrebbe detto lui) assurdo incidente d’auto, sarebbe meglio ricordarlo con qualcosa di allegro.

Allegro Camus. ‘Na parola, se uno va a leggere le sue opere. La peste che maschera il nazismo, un giudice in caduta che ha ben di che pentirsi, uno straniero omicida per noia, il povero Sisifo che ti voglio vedere ad immaginarlo felice nella sua dannazione inutile…

Eppure pare proprio che invece fosse un allegrone, quel pied-noir esistenzialista. Buzzati che lo aveva conosciuto ed era stato suo ospite a Parigi lo descrive in un articolo come pieno di vita, sorridente. Anche quando mette in scena uno spettacolo teatrale tratto da uno dei racconti del bellunese Dino, appunto, e uno dei più tragici (su Buzzati pochi discorsi, un allegrone non lo si poteva certo definire): quell’angoscioso e quasi kafkiano Sette piani (dal quale per inciso venne tratto anche un buon film, Il fischio al naso con Ugo Tognazzi).

Nella mia adolescenza scellerata, tanto per tenermi allegro leggevo (oltre ai Buzzati e Kafka già citati, giusto per non farmi mancar niente) sia Camus che Sartre, e una confusa e giovanile coscienza politica cercava di convincermi che doveva essere meglio lo strabico Jean-Paul, ma c’era poco da fare, come lettura l’algerino Albert lo superava di diverse lunghezze.

E col passare del tempo ho dovuto pure rivalutare le posizioni politiche dei due, e assegnare anche in questo caso la corona a Camus, che magari non avrà sdegnosamente rifiutato il premio Nobel, ma almeno non ha difeso a spada tratta le nefandezze sovietiche, anzi. Assurdo o meno che fosse, si è sempre schierato contro i peggiori regimi, dal colonialismo francese al nazismo, senza dimenticarsi nemmeno delle nefandezze omertose del Vaticano durante la Guerra. Eh, sì, direi che è a buon diritto nel mio scaffale d’onore.

Dal Basso Piemonte all’Alto Volta

È morto cinquant’anni fa. Per una malaria non curata.

Coppi è un mito per un sestrino come me, che passa spesso davanti alla casa in via Donizetti dove una targa ne ricorda il domicilio genovese nei primi anni successivi alla guerra. Quando la moglie gestiva una panetteria poco distante (e non rivanghiamo le storie del, come pare fiorente, mercato nero associato al negozio negli anni di guerra) e Coppi andava spesso alla ex-Casa del Fascio (poi Casa del Popolo ed oggi sede della Polizia) a vedere gli incontri di boxe assieme ad alcuni amici fra i quali mio padre. Che, nonostante il richiamo genetico della Toscana avìta lo abbia reso bartaliano fino alla morte (ahimé, quanto mi costa rivelare certi dolorosi tradimenti del mio stesso sangue), il Fausto lo ricordava come un bravissimo cristo, anche se -diciamolo francamente- come compagnia pare fosse proprio un bietolone, come purtroppo hanno sempre confermato i ricordi ciclisticamente più imparziali di mia madre, che si è sempre chiesta cosa mai avesse potuto trovare in quello sgangherato mandrogno la Dama Bianca.

E non c’è da dubitare di tale impietoso giudizio, specie rivedendolo in certe occasioni “pubbliche” e divertenti, come una famosa puntata del Musichiere che ogni tanto rispunta sulla Rai o nel film Totò al Giro d’Italia dove le capacità artistiche di Coppi, beh, son quel che sono e stanno alla pari con gli invedibili spot telefonici odierni di Totti.

Pazienza, meglio ricordarlo come lo descrive la targa posta sul muro di un’inutile ed ingombrante basilica, quando proprio qui a Sestri Ponente gli venne dedicato, rosicchiando la toponomastica, un pezzetto di strada già altrimenti nominato e promosso “Largo” per l’occasione